Fotografa il mondo l’ingegner Viegi per «sentirsi a casa»
Scatti e parole raccolte nel libro “Il Portolano”
PIOMBINO. A volte basta il fumo di una ciminiera, un frammento di cielo plumbeo, o un refolo d’aria gelida, perché l’idea di casa riaffiori, precisa. Per Francesco Viegi, ingegnere aerospaziale piombinese di 50 anni, quel momento si accompagna sempre a uno scatto e a un pensiero. Così sta nascendo “Il Portolano”, libro fatto di immagini e parole, diario creativo sospeso tra il mondo e il ritorno, tra la tecnica e la memoria.
Viegi ha studiato al liceo scientifico Carducci di Piombino, poi si è laureato in ingegneria aerospaziale a Pisa. «Volevo lavorare sulla frontiera senza diventare astronauta, che richiede una carriera militare» racconta. Dopo la laurea, inizia come progettista di sottomarini da combattimento per una società di Livorno. Vive tra Pisa e Livorno con la futura moglie Patrizia Lessi, ma l’11 settembre 2001 cambia le carte in tavola: molte aziende dell’indotto militare subiscono il contraccolpo, e Viegi prende una rotta diversa. Lo aspetta una multinazionale a Scarlino, poi incarichi all’estero, dalla Bulgaria a Trinidad, Tobago, Brasile, Cina, Usa, Sud Africa...Ma tra numeri e trasferte, resta un’altra passione: la fotografia. «Ho iniziato da ragazzino – spiega – poi intorno ai vent’anni ho seguito un corso al Circolo fotografico pisano, con Roberto Evangelisti. Ho imparato davvero lì: bianco e nero, analogico, essenziale. È un linguaggio che uso ancora oggi, anche in digitale».
Nel frattempo scrive: romanzi fantasy, racconti, sceneggiature per fumetti. Ma “Il Portolano” è qualcosa di diverso. «Viaggiare da soli per lavoro è un’esperienza a metà. Questo progetto nasce per completarla. Ogni sera, finito il turno, esco con la macchina fotografica o solo con il cellulare – descrive – Scatto e scrivo. Inizialmente mandavo tutto a Fabio Camessa, poi ci siamo detti: perché non farne un libro? » . Così prende forma il nuovo volume: paesaggi che sembrano testimoniare solitudine e incanto, parole che scavano nel ricordo e nella percezione. In passato Viegi ha già firmato, con Gordiano Lupi, “La grande bellezza. Ricordare Piombino”, pubblicato per Il Foglio Letterario: narrazione per immagini e testi attraverso sei figure femminili – tre piombinesi e tre di altre origini – per mostrare una città cambiata, più mista, più aperta.
Nel nuovo progetto, invece, tutto è più intimo. «Le foto si riflettono nelle parole. Una nave incagliata nel ghiaccio a Edmonton può riportarmi a casa. Spero di pubblicare questa “prima puntata” entro l’anno» dice ancora. E se la fotografia resta centrale, è il rapporto con la città, con le persone e con la luce a fare la differenza: «Non mi interessa costruire un’immagine. Voglio cogliere un momento. Come nei paesaggi: torno più volte finché quel racconto non emerge». I suoi scatti parlano di donne, geometrie urbane, tracce industriali. Luoghi come Berlino, con la chiesa del Kaiser Guglielmo ridotta a un “dente cariato” dai bombardamenti, lo affascinano.
«Non sono Botticelli – sorride – ma la bellezza resta un canale comunicativo fortissimo. Non scelgo come una persona deve mettersi. Io cerco la luce e ascolto cosa ha da dire». Anche l’arte, per Viegi (vicepresidente del circolo fotografico FermoImmagine) , ha una sua etica: «Il denaro è il fine di chi produce denaro. L’arte deve essere gratuita, cioè libera. Una mostra di Banksy, l’arte gratuita e svincolata, mi ha colpito molto. Questo cerco nel mio lavoro». Piombino resta il punto di partenza e, in qualche modo, anche quello di ritorno.
«Dobbiamo capire – sottolinea – se vogliamo essere una città da 30 o 50mila abitanti. Il turismo è importante, ma non basta. Servono anche industria e porto. Bisogna leggere i dati, comprenderli. Solo così si costruisce un futuro».
Con Il Portolano, Francesco Viegi prova a fare proprio questo: leggere il mondo, comprenderlo, e poi raccontarlo. Una lente fotografica e un pensiero alla volta.
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