Il Tirreno

La sentenza

Elba, uccise la madre con un mix di farmaci: condannata a 14 anni

di Stefano Taglione
Elba, uccise la madre con un mix di farmaci: condannata a 14 anni

Per i giudici Nuccetelli ha ucciso la madre novantenne coi farmaci. Accolta la richiesta del pm: «Era in grado di intendere e di volere»

28 febbraio 2023
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PORTOFERRAIO. Quattordici anni di reclusione per aver ucciso la madre novantenne con un mix di farmaci. La corte d’assise del tribunale, accogliendo la richiesta del sostituto procuratore Niccolò Volpe, ha condannato la sessantaquattrenne elbana Maria Cristina Nuccetelli, ritenendola colpevole dell’omicidio della mamma Elisa Fidanza e stabilendo, quindi, come in quel momento fosse in grado di intendere e di volere, anche se la motivazione della sentenza verrà depositata fra 45 giorni. La donna – difesa dall’avvocato Giuseppe Rombolà, che farà ricorso in appello – il 12 marzo 2020, prima del lockdown, aveva somministrato la dose letale alla madre malata, tentando di fare lo stesso con se stessa. Alcuni passanti, che hanno visto l’auto con le due donne nel piazzale fuori dalla chiesa di Carpani, hanno dato l’allarme facendo intervenire il 118 e i carabinieri. La sessantaquattrenne, grazie alle persone che transitavano in zona, è viva: la salveranno i sanitari dell’ospedale di Portoferraio.

Il processo

Che Fidanza sia morta per il mix di farmaci non è mai stato in discussione. Nuccetelli lo aveva ammesso fin da subito. «Intendevo morire con lei, non ucciderla. Ho provato a liberare lei, me e mio marito da questa vicenda. Me ne è riuscita solo una e pure male, ma almeno lei ora non soffre più. Non c’è pena che possa farmela rimpiangere, c’era troppa sofferenza. Mi piace sperare nell’altro regno, augurandomi che ci riservi il contrario di questa illusione che si chiama vita. Non giustifico il mio gesto: io ho dato la pace a mia mamma, quella che desideravamo tanto», aveva spiegato in una lettera. La condanna o l’assoluzione si giocavano sulle tre perizie psichiatriche disposte nel corso del procedimento: la prima, quella del dottor Enrico Malotti (il professionista incaricato dal gip) la dichiarò totalmente incapace di intendere e di volere. E dopo di lui il collega Alessandro Milanfranchi – perito della difesa, medico che all’Elba ha avuto in cura la donna – è giunto alle stesse conclusioni, ritenendo che la grave depressione di cui sarebbe stata affetta si fosse aggravata al punto di arrivare al “delirio di rovina”, che l’abbia portata a pensare che non vi fossero strade alternative al suicidio e al suicidio allargato (uccidere la madre, perché ormai non più autonoma). Ma il professor Rolando Paterniti, il medico incaricato dal pm di eseguire gli stessi accertamenti, pur riconoscendo il grave stato di depressione ritiene che questo non possa essere sfociato in delirio, quindi nella volontà dell’omicidio-suicidio riuscito a metà. E la corte d’assise presieduta dal giudice Luciano Costantini, con a latere Ottavio Mosti e i sei popolari, condannando la donna in primo grado ha sposato la sua tesi, riconoscendo le attenuanti prevalenti.

La richiesta del pm

Il pm, nelle conclusioni, aveva criticato la perizia di Malotti, spiegando che «la depressione di per sé non è sinonimo di delirio e, anzi, sono rari i casi in cui evolve il delirio psicotico». Lo ha fatto citando poi alcuni passaggi delle parole di Nuccetelli («Io che la amo la porto con me, se mi fossi ammazzata da sola l’avrei ammazzata mille volte» ndr) chiedendosi, davanti a giudici, dove fosse «l’aspetto delirante» e riconoscendo invece un «ragionamento anche condivisibile» analizzando «il quadro depressivo».


 

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