Il Tirreno

La scomparsa dell’impianto apre nuovi scenari sulla storia dell’industrializzazione siderurgica

Demolito il vecchio altoforno

Giorgio Pasquinucci
L’altoforno prima della demolizione sopra l’area liberata
L’altoforno prima della demolizione sopra l’area liberata

L'altoforno numero 1 della Lucchini, memoria storica della reindustrializzazione postbellica non c'è più. Le ditte incaricate dall'azienda hanno infatti completato al 95% la sua demolizione e in piedi, al momento, restano solo i cowper.

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PIOMBINO. L'altoforno numero 1 della Lucchini, memoria storica della reindustrializzazione postbellica non c'è più. Le ditte incaricate dall'azienda hanno infatti completato al 95% la sua demolizione e in piedi, al momento, restano solo i cowper. Tutto è stato seguito dall'Aipai (Associazione italiana per il patrimonio archeologico industriale), secondo quanto previsto nel protocollo sottoscritto nel giugno dell'anno scorso tra il Comune, l'Aipai, la Fondazione Ansaldo e la Lucchini.
Nell'area del vecchio altoforno saranno trasferite le operazioni demolizione delle siviere, oggi svolte dalla Siderco nell'area di Città Futura, che dovrà essere presto liberata.
Il via libera alla demolizione del vecchio altoforno, dopo non poche polemiche, è arrivato un anno fa, proprio grazie all'impegno della Lucchini di mettere a disposizione 161mila euro per conservarne la memoria storica. Un compito affidato all'Aipai e seguito direttamente dai professori Ivano Tognarini, presidente regionale dell'associazione, e Angelo Nesti, docente incaricato all'Università di Firenze. «Prima di iniziare la demolizione - dice il professor Nesti - sono stati compiuti rilievi tridimensionali con laser, che in futuro ci permetteranno di ricostruire il modello dell'altoforno, se volessimo anche in scala 1-1, nell'area di Città Futura, dove è previsto il museo e il parco del ferro e dell'acciaio».
Ma l'attività dell'Aipai non si è limitata a questo. Prima e durante tutta la fase della demolizione sono stati infatti eseguiti accurati rilievi fotografici e cinematografici. Inoltre sono state salvate parti meccaniche della stock-house e una caricatrice che potrebbero essere trasferite nel parco archeologico-industriale.
Nel frattempo è andata avanti anche la ricerca della documentazione alla Fondazione Ansaldo, di tutta la documentazione che riguarda la storia dello stabilimento siderurgico piombinese, fin da quando, negli anni Sessanta dell'Ottocento, fu fondato con il nome di Perseveranza dall'imprenditore Jacopo Bozza, che insieme a Novello introdusse in Italia, acquistandolo a Manchester, il primo convertitore Bessemer.
Insomma, la necessità di salvaguardare la memoria dell'altoforno 1, è diventata l'occasione per riprendere con intensità gli studi sulla storia della industrializzazione siderurgica a Piombino, ma non solo. «Abbiamo quasi terminato - dice il professor Nesti - il progetto del museo del ferro e dell'acciaio, in cui saranno contenuti cinque secoli della siderurgia toscana. Alla documentazione saranno collegati proposte di percorsi sui luoghi della siderurgia. In Val di Cornia: Montevalerio, il Bottaccio, Madonna di Fucinaia i forni di Suvereto. A Follonica l'ex fonderia del Principato. Ma anche nell'appennino pistoiese, dove veniva raffinata la ghisa prodotta negli stabilimenti granducali.
Nel futuro del museo della siderurgia troveranno posto anche molti documenti ed immagini conservate alla Fondazione Ansaldo, in particolare nella sede di Piacenza. «Una ricercatrice - spiega il professor Nesti - sta già riordinando tutto il materiale che riguarda lo stabilimento di Piombino, che l'Ansaldo ci consentirà di acquisire almeno in copia. Altre ricerche sono in corso alla Lucchini e a Roma, all'archivio Iri-Finsider, mentre altri ricercatori si stanno occupando della ricostruzione della memoria orale». Un vero filone, dunque, che si sta dipanando su un bel pezzo di storia della città. L'altoforno? Almeno un modellino ci sarà nel futuro parco archeologico.

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