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«Mi hanno tolto le catene solo quando ero in volo», intervista a Parlanti rientrato dagli Stati Uniti

«Mi hanno tolto le catene solo quando ero in volo», intervista a Parlanti rientrato dagli Stati Uniti

Carlo Parlanti racconta l’odissea del carcere e del rientro in Italia dalla California. «Prima di ripartire con il lavoro voglio recuperare la mia sanità mentale»

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di Pietro Barghigiani

«Per ripartire voglio recuperare la mia sanità mentale».

Nella casa di famiglia, al quarto piano di un condominio in via Baragiola a due passi dal parco termale, Carlo Parlanti parla con voce stanca e lenta.

Pensa sempre in inglese e per esprimere un concetto ha più confidenza con quella lingua che con l’italiano. Parla da ex l’uomo che ha scontato 7 anni e 7 mesi per un’accusa che ha sempre ritenuta ingiusta e falsata da prove taroccate. Ex detenuto, ex manager, ex compagno della donna, Katia Anedda, che fin dal primo momento si è battuta per la sua causa creando un’associazione, “Prigionieri del silenzio”, nata per aiutare gli italiani finiti nelle carceri di tutto il mondo.

«Al rientro in Italia ho saputo che non stiamo più insieme e questo mi ha molto addolorato - confida Carlo -. Ma mi ha detto che sarà sempre al mio fianco. Dovrò ricominciare a ricostruire anche una vita sentimentale».

Tuta grigia, scarpe da ginnastica, Carlo Parlanti è atterrato ieri mattina a Fiumicino con un volo proveniente da Washington. Era “libero” dal 9 febbraio, ma fino all’ultimo il protocollo della giustizia americana ha previsto le manette.

«Uscito dal carcere sono stato trasferito in vari centri per l’immigrazione e correzionali – spiega –. Per 36 ore sono rimasto in catene, sia ai piedi che ai polsi. Stesso trattamento anche durante il volo Los Angeles-Washington. È stato umiliante con i passeggeri che mi guardavano legato mentre andavano in bagno. Gli agentii dell’immigrazione Usa mi hanno tolto le catene solo dopo circa un’ora dal decollo quando eravamo sull’Oceano Atlantico. Ecco, in quel momento mi sono sentito veramente libero».

Parlanti in carcere ha ripreso a studiare informatica, lui che per anni è stato un manager esperto di marketing e business online.

La voce è affaticata, ma non cela la voglia di combattere. In tutti questi anni, oltre all’allora compagna, hanno investito risorse ed energie per Carlo i genitori Nada e Roberto con i fratelli Michele, che vive a Montecatini e Andrea, sposato e residente in Cina.

«Per il momento resterò a Montecatini con la mia famiglia – spiega -. Con mio fratello Michele stiamo lavorando a un progetto sempre nel campo di Internet. E poi voglio collaborare, portando la mia esperienza, con il criminologo Vincenzo Maria Mastronardi e al servizio dell’associazione “Prigionieri del silenzio”. Negli Stati Uniti ci sono 178 connazionali in carcere e almeno 50, secondo le statistiche, sono innocenti».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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