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Crisi yacht, ci sono 270 esuberi. E spunta l’ipotesi di Tisg Asia
Marina di Carrara, azienda e sindacati concordano il contratto di solidarietà. La società di Hong Kong avrebbe fatto una proposta di acquisto: ecco perché Fiom è contraria
CARRARA. Che sia produttiva o finanziaria, quando un’azienda entra in crisi è prevedibile che dichiari un certo numero di esuberi, che corrispondono a quella quota di dipendenti che giudica in più rispetto a quelli necessari. Duecentosettanta però sono tanti. Sono un esercito. E corrispondono a più del 60 per cento dell’intera “fabbrica”.
Parliamo dei numeri forniti ieri 9 settembre – all’incontro al tavolo di crisi tenuto in seno alla regione Toscana – dai vertici di The Italian Sea Group, il cantiere che produce luxury yacht sulla banchina Chiesa del porto di Marina di Carrara e che si trova a navigare a vista per l’andata fuori controllo dei cosiddetti extra-budget, ovvero costi aggiuntivi non preventivati sulle commesse in corso d’opera. Era febbraio quando la crisi finanziaria è deflagrata. Attenzione, 270 esuberi non significa 270 licenziamenti ma il quadro è senza dubbio a tinte fosche: in ballo c’è il futuro di un sistema imprenditoriale che prima che il sole si oscurasse offriva 530 posti di lavoro diretti e faceva lavorare più di mille addetti in termini di indotto, tutto qui, in terra apuana.
La decisione presa
Pur con una sospensione a fine mattinata, inizia alle 11 e termina alle 18 il confronto al tavolo di crisi in cui è Firenze a tirare le fila. Al termine, è la sindaca Serena Arrighi a vedere il bicchiere mezzo pieno: «Dopo una lunga riunione si è finalmente giunti a un accordo per un contratto di solidarietà». «Si tratta di un primo step», riconosce; ma «che corre – aggiunge – nella direzione della tutela dei lavoratori e delle famiglie e che, nonostante la soluzione complessiva della crisi debba ancora passare attraverso numerosi iter, ci consente di essere un po’ più ottimisti». Significa che la riduzione dell’orario di lavoro sarà distribuita su tutti i dipendenti, che avranno uno stipendio ridotto: è il prezzo da pagare per preservare il maggior numero di posti lavoro.
Qui il sindacato
Più che ciò che sul tavolo arriva, colgono ciò che manca i sindacalisti dei metalmeccanici apuani. Occorre il vaglio e del ministero per ottenere il contratto di solidarietà e – ancor prima – il nulla osta del Tribunale di Firenze a cui il 1° luglio Tisg ha presentato una domanda di accesso a una procedura di regolazione della crisi a tutela del pianeta-cantiere e a cui è “correlato” un Piano industriale che – nelle intenzioni dei vertici societari – deve riportare il convoglio sui binari. «Da parte nostra – commentano Bruno Casotti di Fim Cisl Toscana, Umberto Faita di Fiom Cgil Massa-Carrara, Giacomo Saisi di Uilm Uil Lucca-Massa-Carrara – c’è un monitoraggio continuo in merito alla gestione dell’ammortizzatore, siamo consapevoli che esso è legato a doppio filo al Piano di risanamento presentato all’interno della procedura di regolazione della crisi che sarà oggetto del giudizio del Tribunale il 16 settembre». Il 16 settembre, dunque, rappresenta una data importante.
Chi vuole cosa?
Nel frattempo l’altro capitolo da scrivere nella crisi di Tisg riguarda la comparsa all’orizzonte di potenziali Cavalieri bianchi, che si starebbero affacciando con ipotesi di “subentro”, “acquisizione”, “salvataggio” anche molto diverse tra loro. Oltre «alla comunicazione di 270 esuberi», «Ad oggi abbiamo appreso – dicono Casotti, Faita e Saisi – che ci sarebbero circa 15 manifestazioni d’interesse che saranno valutate nelle prossime settimane».
L’Asia si avvicina?
Ce n’è una in particolare che avrebbe fatto balzare sulla sedia i metalmeccanici di Fiom. Si tratta della «proposta di acquisto del cantiere yacht avanzata da Tisg Asia Investment Holding», dettaglia Faita. La prima domanda è che cosa fa nella vita Tisg Asia che è poi la ragione per cui l’ipotesi non piace a Fiom: «La società di Hong Kong è storicamente legata al ruolo di rivenditore di Tisg ed espressione commerciale esclusiva per i mercati orientali», dice il sindacalista. Un po’ come dire – nella visione di Fiom – che un commerciante che per altro vende su di un mercato straniero – asiatico – non ha i numeri per farsi carico di quello che è un vero e proprio distretto produttivo del Made in Italy . «Il distretto nautico apuano non ha bisogno di facciate di comodo o di operazioni finanziarie simili ma di una svolta netta e trasparente», conclude Faita. Vedremo, dunque.
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