Carrara, anarchici morti a Roma: al circolo Gogliardo uno striscione per le vittime
Compare un lenzuolo sulla porta del circolo di via Ulivi per la coppia rimasta sotto le macerie dell’edificio rurale. L’ex magistrato: «Per loro sono martiri». I compagni: «Siete sempre con noi»
CARRARA. La galassia anarchica è sotto il radar dell’Antiterrorismo: effetto-domino prevedibile dopo la morte di due militanti rimasti sotto le macerie di un casolare abbandonato – esploso – a Roma, nella zona di Capannelle, nota per l’ippodromo di galoppo, a sud-est rispetto al cuore della Capitale. E, va da sè, che in queste ore passi sotto scandaglio anche la città-culla del movimento rosso-nero. Dal circolo Gogliardo Fiaschi di via Uilivi, intanto, arriva l’omaggio alle due vittime: Sara Ardizzone, 36 anni, romana, tra gli anarchici che nel settembre 2022 buttarono all’aria e portarono via il gazebo di propaganda elettorale della Lega, a Marina di Carrara, in via Rinchiosa, aggredendo simpatizzanti del Carroccio, e Alessandro Mercogliano, 53enne originario di Nola di Napoli. Una delle ipotesi investigative al vaglio degli inquirenti indicherebbe che prima della tragedia i due anarchici stessero maneggiando un ordigno in quell’edificio rurale – siamo nel Parco degli Acquedotti – da far eventualmente deflagrare non lontano da lì, dove ci sono sia la linea ferroviaria che il Polo Tuscolano, quartier generale della polizia di Stato.
Era il settembre 2022
Tra i due nomi, è quello della militante a essere noto in città per l’episodio del gazebo che sfociò in un’inchiesta della Procura di Massa e nell’identificazione dei protagonisti del blitz da parte della Digos della polizia di Stato grazie anche ai filmati di telecamere per la sicurezza; ci furono sette indagati nel 2023 per il reato di rapina (il gazebo e il materiale che esponeva vennero sottratti con violenza) e reati minoritari, in capo a ciascuno dei sette. Nel 2025, la condanna. Attualmente la militante non sarebbe stata coinvolta in procedimenti penali accaduti nella terra apuana.
Il messaggio e il rischio
Mentre il ministro dell’interno Matteo Piantedosi convoca il Comitato di analisi strategica antiterrorismo (Casa) e dal Viminale viene diramato il messaggio di «massima attenzione», in via Ulivi – sulla porta di ingresso dello storico circolo anarchico Gogliardo Fiaschi – compare un lenzuolo bianco con una scritta nera e due A cerchiate: «Sara e Sandro, sempre con noi». È l’omaggio dei compagni ai compagni morti. Insieme ad altri circoli italiani, “il Gogliardo” firma anche un messaggio – diffuso sabato a livello-Italia – di una delle correnti dell’onda libertaria che è vicina ad Alfredo Cospito, l’unico anarchico detenuto in carcere con un regime di 41-bis, quello a cui sono sottoposti i mafiosi: «Sono nostri compagni fraterni – si legge nella nota – e siamo fieri di loro». Ed è la rappresentazione eroica e la vicinanza dichiarata che inducono Antonio Rinaudo, ex magistrato, il pubblico ministero che a Torino coordinò le indagini su Cospito e su attentati anarchici, a dire: «Li vedono come martiri», ecco perché «c’è un rischio escalation».
L’inchiesta
Quel lenzuolo è “entrato nell’occhio” ai carraresi. Capeggia sulla porta da cui l’8 agosto 2023 entrarono poliziotti per una maxi perquisizione che scaturiva dall’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia e antiterrorismo di Genova, al centro della quale era finita la rivista anarchica Bezmotivny-Senza Motivo, e che ad aprile 2025 si chiuse con tre assoluzioni e una condanna a otto mesi di reclusione per vilipendio al Capo dello Stato a carico dell’indagato più giovane. Si era partiti da un’accusa di istigazione e apologia di reato, aggravato inizialmente dalla finalità terroristica e di vilipendio al presidente della Repubblica, tant’è che nel processo si era costituita come parte civile la presidenza del Consiglio dei ministri tramite la difesa tecnica dell’Avvocatura dello Stato di Genova che, nell’ipotesi di condanna, aveva chiesto 500mila euro in solido, a tutti e quattro i militanti, quale risarcimento. La richiesta non è stata accolta neppure per l’unico condannato.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
