Stufa installata male e la casa si riempie di fumo: tragedia sfiorata a Paganico
La strage di Porcari fa emergere la vicenda: «Ho presentato querela nel 2023 e ancora nessun responsabile accertato»
CAPANNORI. La morte silenziosa entra in casa senza bussare. È successo a Porcari, pochi giorni fa: la famiglia Kola – il padre Arti, la madre Jonida, e i due figli Hajdar e Xhesika – uccisa dal monossido di carbonio sprigionato da un impianto difettoso. Una tragedia che ha scosso la Piana di Lucca e che porta alla ribalta una vicenda, meno nota ma altrettanto inquietante. Una tragedia scampata, in questo caso non solo per via del monossido ma per un mix di fumi di scarico prodotti da una caldaia a pellet, che venivano scaricati direttamente nell’abitazione. Una vicenda che a distanza di anni non ha ancora trovato una risposta giudiziaria.
La storia arriva da Paganico, frazione del comune di Capannori. Protagonista una famiglia come tante: padre, madre e un bambino di quattro anni all’epoca dei fatti. È la primavera del 2022 quando il capofamiglia, un 35enne operaio, acquista una stufa a pellet in un grande punto vendita del fai-da-te della Piana di Lucca, usufruendo anche dello sconto in fattura previsto dalla normativa vigente. L’installazione viene affidata a un tecnico indicato dal rivenditore, che monta l’impianto e prenota il sopralluogo di controllo da parte di un manutentore esterno.
Il controllo avviene a inizio giugno. La documentazione rilasciata attesta la regolarità dell’impianto e del suo funzionamento. Ma c’è un dettaglio cruciale: al momento del sopralluogo la stufa non viene accesa perché non è disponibile il pellet. Un controllo, quindi, solo sulla carta.
La prima vera accensione avviene mesi dopo, la sera del 25 ottobre. Ed è lì che qualcosa va storto. «Per fortuna quella sera decisi di non andare subito a dormire – racconta l’uomo –. Dopo un po’ mi accorgo che dal piano superiore scende un fumo nero e denso», racconta il padre. «Salgo di corsa nella cameretta dove dorme mio figlio, tosse ed è visibilmente arrossato. Lo porto subito giù». Nel giro di pochi minuti anche il piano inferiore si riempie di fumo. La stufa viene spenta, finestre e porte spalancate. «Nel fare queste operazioni ho forti colpi di tosse e un senso di nausea». La casa resta impregnata di un odore acre e nauseante. Non è solo monossido di carbonio – gas invisibile, inodore e insapore – ma in quel mix di fumi c’è anche lui. La famiglia passa la notte fuori casa, ospite di un parente, perché rimanere nell’abitazione è impossibile. Il giorno successivo iniziano le segnalazioni. Il rivenditore promette un intervento. L’installatore rassicura: «Mi ha detto che era normale, che alla prima accensione un po’ di fumo può uscire». Stessa versione fornita dal manutentore, che arriva perfino a rimproverare il cliente per non aver “letto bene il libretto”. «Ma nel libretto non c’era scritto nulla di simile», sottolinea il padre.
Passano i giorni, senza che nessuno si presenti. A quel punto, insospettito, il proprietario riprova ad accendere l’impianto solo alla presenza di un tecnico del paese. Ed è lì che emerge l’errore macroscopico. «Si è accorto subito che i tubi erano stati invertiti: da quello che doveva portare aria calda uscivano i fumi di scarico». Un errore che il tecnico definisce senza mezzi termini: «In trent’anni di lavoro non avevo mai visto una cosa del genere». Scatta la segnalazione agli enti competenti. Il 15 novembre arrivano i funzionari del Siert, l’azienda pubblica a cui è stato demandato il controllo delle caldaie. Il verdetto è netto: errore grossolano di montaggio, fumi riversati all’interno dell’abitazione, “situazione di pericolo immediato”. L’impianto viene dichiarato non utilizzabile.
Segue la querela, ratificata nel gennaio 2023. Ma da allora, la vicenda è rimasta senza un esito giudiziario. «In tre anni l’unica cosa che mi è stata chiesta è stata una copia più leggibile di un documento», racconta il padre. La tragedia di Porcari porta a vedere questa storia sotto una luce diversa. Perché a Paganico – dove ripetiamo, non c’era solo il monossido di carbonio ma un mix di fumi da combustione – è andata bene per una coincidenza, ovvero perché il capofamiglia quella sera non è andato a letto. Ma il confine tra tragedia evitata e tragedia consumata è sottilissimo. E quando il tempo passa senza che nessuno risponda di errori così gravi, quel confine diventa difficile da accettare.
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