Il cinema, Livorno e la storia di Bini produttore coraggioso
Per la rassegna “Sguardi Perduti” si proietta “Ospite inatteso”, il documentario di Simone Isola premiato a Venezia
LIVORNO. C'èun livornese che ha fatto la storia del cinema e in particolare ha contribuito in maniera determinante alla carriera cinematografica di Pierpaolo Pasolini, rischiando in prima persona. E' Alfredo Bini, produttore cinematografico coraggioso e innovativo, nato a Livorno nel 1926 e scomparso nel 2010, dimenticato e solo.
A ricordarlo un bellissimo documentario, "Alfredo Bini, ospite inatteso" che sarà proiettato stasera, giovedì 7 aprile, ore 21.30, al Centro artistico Il Grattacielo, via del Platano, per la rassegna "Sguardi perduti", a cura del Circolo del Cinema Kinoglaz e Centro Artistico il Grattacielo in collaborazione con l'Associazione culturale "Franco Ferrucci". Il documentario è stato presentato all'ultima edizione di Festival del Cinema di Venezia nella Sezione Venezia Classici e si è aggiudicato il Nastro speciale 2015 come il migliore documentario dell'anno (assieme a Bella e perduta di Pietro Marcello - anche questo proiettato nella rassegna Sguardi perduti il prossimo 12 maggio).
La regia è di Simone Isola per Kimerafilm, e nel film ci sono Valerio Mastrandrea, voce narrante, e le testimonianze di Claudia Cardinale, Gianni Biasich, Giuseppe Simonelli, Bernardo Bertolucci.
Alfredo Bini produsse, tra l'altro, tutti i film di Pasolini, a partire da Accattone fino a Edipo Re, ma anche i primi tre film di Mauro Bolognini, tra i quali il Bell'Antonio, e poi I nuovi angeli, prima incursione dietro la macchina da presa di Ugo Gregoretti. Negli anni '70 virò verso un cinema "erotico ed esotico" mentre nella sua filmografia si aggiungevano i nomi di Bresson e Chabrol. Una carriera di produttore lungimirante e mai pavido, in anni tumultuosi di tensioni sociali, conclusasi con la fine degli anni Settanta, quando aveva poco più di cinquant'anni , tra denunce, querele, richieste di sequestro delle pellicole e tagli della censura. Nell'ultima parte della sua parabola si eclissò senza chiedere aiuto al mondo del cinema.dal quale fu sempre visto come un personaggio scomodo e quasi fastidioso.
Il documentario prende il via quando al Motel Magic di Montalto di Castro, dell'imprenditore turistico Giuseppe Simonelli, giunge un anziano signore.
Si trova temporaneamente senza dimora e in difficoltà economica, e chiede ospitalità per due o tre giorni. Simonelli gliela concede, affascinato dai racconti e dalla simpatia di quell'uomo. Non lo sa ancora, ma l'ospite inatteso è proprio Alfredo Bini. I due o tre giorni di ospitalità diventeranno dieci anni, e il rapporto che si creerà sarà speciale, come tra padre e figlio.
Attraverso testimonianze e materiale di repertorio viene così ripercorsa una vita per il cinema, dai successi degli anni sessanta alla crisi degli ultimi anni. "Il film - racconta il regista Simone Isola - è costruito quasi come un giallo: attraverso testimonianze di attori, registi e amici, si scopre il carico umano e il vissuto di uno dei nostri produttori più coraggiosi e liberi. L'obiettivo è andare "oltre" il tradizionale documentario biografico, costruendo il racconto con uno stile composito, che mescola in ritmo serrato insoliti inserti di "fuori scena" con interviste e repertori di tipo tradizionale".
Bini inizia la propria attività proprio nel 1960, fondando la casa di produzione Arco Film e realizzando Il bell'Antonio di Mauro Bolognini, tratto dall'omonimo romanzo di Vitaliano Brancati. Sin da questo primo lavoro emerge la personalità ribelle del produttore, sordo persino ai richiami del ministro dello Spettacolo Alberto Folchi che tenta di dissuaderlo dall'affrontare un argomento rischioso come quello dell'impotenza maschile: "un siciliano impotente non poteva esistere" dichiara ironicamente nel documentario Claudia Cardinale. Ma il nome di Alfredo Bini è noto soprattutto, come detto, per la lunga e intensa collaborazione con Pier Paolo Pasolini, che fa esordire nel 1960 con Accattone. Autoironico e pungente, da buon livornese, Alfredo Bini, conscio del suo lavoro innovativo scrive di suo pugno, tra gioco e verità, la canzone che apre i titoli di testa di Uccellacci e Uccellini, affidando le musiche a Ennio Morricone e la voce a Domenico Modugno, che alla fine intona "Producendo rischiò la sua posizione Alfredo Bini. Dirigendo rischiò la reputazione Pier Paolo Pasolini".
I temi religiosi affrontati ne La ricotta e Il Vangelo secondo Matteo provocano tentativi di censura e infuocate polemiche. Così come il "suo" Satyricon diretto da Gian Luigi Polidoro, accusato di oscenità; Bini difende l'opera pubblicando un saggio dall'emblematico titolo "Appunti per chi ha il dovere civile, professionale e politico di difendere il cinema italiano".
Il documentario testimonia la volontà ferrea di un uomo che intendeva dimostrare, attraverso il lavoro, come fosse possibile rendere commerciali anche gli autori all'apparenza più indigesti al grande pubblico. Il polemico caos che si creò al Lido di Venezia durante l'edizione del 1964 della Mostra del Cinema, quando fu presentato Il vangelo secondo Matteo di Pasolini tra i fischi e la rabbia di un'accozzaglia di persone pronte a tutto pur di impedire la proiezione, rende bene l'idea di come Alfredo Bini, pur personalmente ben lontano dalle posizioni politiche del poeta, regista, romanziere e saggista, intendesse garantire ad ogni costo la libera espressione di pensiero. Con uno spirito anarchico e libertario che gli era stato trasmesso dal nonno, ferroviere anarchico di Livorno .
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
