La mamma di Luana D’Orazio e la battaglia per la sicurezza sul lavoro: «A chi non rispetta le regole, lo Stato tolga l’azienda»
Emma Marrazzo ha perso la figlia cinque anni fa nel giorno del suo compleanno: «Ogni volta che succede una tragedia rivivo la mia. Mattarella mi ha dato coraggio, mio nipote per la festa della mamma ha voluto portare al cimitero il fiore più bello. Cosa sogno? Una giustizia con la “G” maiuscola»
PRATO. «Oddio mio. Ancora? E dov’è successo? Ma quanti anni ha la vittima?». Un attimo di pausa, poi, come per condividere il peso della responsabilità, aggiunge: «Non so più come si deve fare qui». Emma Marrazzo, 58 anni, da cinque è costretta, tra i tanti dolori, a compiere gli anni nel giorno del lutto, quello in cui la vita di sua figlia, Luana D’Orazio, è stata risucchiata per sempre da un orditoio al quale erano stati disattivati i dispositivi di sicurezza nella ditta dove lavorava. Era il 3 maggio 2021. «Stavo preparando il tiramisù – dice – quando i carabinieri hanno suonato alla porta». Da allora Emma lotta perché, chi lavora, lo faccia in sicurezza. Chiede «meno parole, più controlli e il rispetto delle leggi che ci sono». Il 14 maggio scorso è stata anche ricevuta dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella: «All’inizio ero un po’ tesa, invece quando mi sono trovata davanti al capo dello Stato è stato come parlare con una persona che conoscevo da sempre, un parente. Mi ha dato coraggio, mi ha detto di non mollare, di andare avanti. Ha voluto sapere come sta mio nipote. E mi ha ripetuto che Luana è la figlia d’Italia. Poi quando ho saputo che ho un figlio disabile ci ha invitato di nuovo al Quirinale: siamo andati anche il primo giugno con diverse associazioni».
E adesso?
«Continuo a lottare. Quando sono andata a Roma ho incontrato anche la vice presidente del Senato Mariolina Castellone, è stato gentile, a mio nipote Alessio ha regalato una copia della Costituzione e ci ha detto che proverà a far approvare dal Parlamento la legge sull’omicidio sul lavoro».
Lei sarebbe d’accordo?
«A mio avviso sarebbe giusto, ma come dice Mattarella le leggi già ci sono. Aggiungo io che andrebbero fatte rispettare. Per questo chiedo ai sindacati di smetter e di urlare nelle piazze e di agire. Di metterci d’accordo e di fare più controlli. Domani (oggi ndr) sarò di nuovo a Roma per un incontro. Anche l’ultima volta, quando sono stata nella capitale, ad ogni cantiere del centro mi fermavo a guardare: c’erano ponteggi fatti a regola d’arte. Possibile che altrove invece sembrano attaccati con lo scotch? E poi una cosa la farei».
Quale?
«Al datore di lavoro che non fa rispettare le misure di sicurezza toglierei l’azienda, una specie di esproprio a tempo, e gliela restituirei quando dimostra di essere in grado di farlo».
Allora ne dovrebbero sequestrare diverse, perché ogni giorno c’è un incidente.
«Ogni volta che succede una tragedia è come rivivere la morte di Luana. Mi metto nei panni di chi riceve la notizia. Di noi genitori che perdiamo un figlio. Il momento in cui i carabinieri hanno suonato non lo posso scordare. Erano le 13 e 40, Luana mi aveva detto di non aspettarla a pranzo perché sarebbe andata farsi le mani e poi a comprarmi un pensierino per il compleanno».
E invece?
«Invece ricordo le urla dell’altro figlio sul divano, della vicina che porta via mio nipote e di mio marito che da quel giorno si è chiuso in sé stesso: aveva perso entrambi genitori in un incidente stradale quando aveva tre anni, Luana, dopo i problemi di Luca, era la sua luce. Ora non riesce nemmeno ad andare al cimitero, quando ci arriva vicino scappa via. Ecco perché lo Stato dovrebbe mettersi l’animo in pace: i familiari che perdono una persona cara sul lavoro, soprattutto un figlio o una figlia, sono condannati all’ergastolo perché muore una catena di affetti, mentre i datori di lavoro spesso se la cavano».
Si riferisce anche ai datori di lavoro di sua figlia?
«Dico solo che non è stata fatta giustizia, per questo con la riapertura dell’inchiesta mi aspetto una giustizia con la “G” maiuscola. Luana in questi anni è diventata il simbolo della morti bianche, ma di candido, queste tragedie, non hanno un bel niente. È necessario passare dalle parole ai fatti. Per quello che mi riguarda non sto lottando per me, ma per chi ancora muore sul lavoro, per tutti i lavoratori. E spero che qualcuno mi dia retta».
Cosa, della prima indagine dove i datori di lavoro hanno patteggiato, non le è piaciuto?
«Soprattutto i tempi, un’indagine così delicata chiusa in meno di un anno. A questo punto se anche stavolta finisse con un nulla di fatto, un giudice dovrà prendersi la responsabilità di scrivere su una sentenza che a uccidere mia figlia sono stati gli alieni».
Di Luana cosa resta?
«A parte l’ingiustizia, resta il fatto che se n’è andata la cosa più bella al mondo. Era una ragazza particolare, aveva il sole negli occhi».
Ci pensa mai a come sarebbe oggi sua figlia?
«Ci penso tutti i giorni: felice, con il bimbo cresciuto. Il 30 giugno sarebbe stato il suo compleanno. Sarebbe diventata grande, 28 anni, come sognava. Forse oggi non le chiederebbero più la carta d’identità per comprare un pacchetto di sigarette».
Oggi suo nipote ha 10 anni, ne aveva 5 quando perse sua madre. Le chiede di Luana?
«Certo. Si ricorda, mi domanda. Per la festa della mamma mi ha detto: “Nonna vai a comprare il fiore più costoso per mamma”. Dopo siamo andati al cimiero. Ma gli manca soprattutto quando è in difficoltà, ad esempio quando casca e si fa male».
E lei invece? Ci parla? La sogna?
«Negli anni l’ho sognata quattro volte, una volta dalle sue parole ho capito che avrei dovuto passare un brutto periodo e così è stato. Adesso mi manda dei messaggi: cuori soprattutto e la lettera “L”. L’ultima volta dentro un cappuccino». “L come Luana” e il poemetto in versi scritto con Ugo De Vita che racconta la storia della giovane morta sul lavoro in una fabbrica a Montemurlo. l
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
