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L'addio di Matteo Laganà alla Pielle: «Qui lascio il cuore, volevo restare per vendicare il ko contro Avellino»

L'addio di Matteo Laganà alla Pielle: «Qui lascio il cuore, volevo restare per vendicare il ko contro Avellino»

Il play non è rientrato nelle scelte del nuovo coach Campanella: «Cantavo i cori dei tifosi in panchina, ero talmente gasato che avrei giocato 50 minuti a partita»

10 luglio 2024
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Livorno Se per questo momento, per questo addio servisse una canzone, Francesco Guccini gli regalerebbe un assist con Farewell. Lui, Matteo Laganà, probabilmente sceglierebbe Max Pezzali per ribadire che non porta con sé «nessun rimpianto e nessun rimorso», consapevole però che ogni tanto quel ricordo busserà alla sua porta. Numero 99, testa alta e canestri pesanti: gli è bastata una stagione per entrare nel cuore dei piellini e per far sì che la PL gli si tatuasse addosso in modo indelebile. Nella serata di gara 5 contro Avellino fu l’ultimo a uscire dal parquet del Pala Macchia, con le lacrime e un dolore, sportivo, inconsolabile. «Cosa in quelle lacrime? La rabbia per non essere arrivati in fondo a un percorso che ci aveva visti protagonisti, in testa quasi per tutta la regular season. C’era la tensione di chi avrebbe voluto fare di più, ma non ha avuto la possibilità. E poi il dispiacere che ho sentito addosso, da parte di un popolo con cui abbiamo vissuto una stagione incredibile, fianco a fianco, dando e ricevendo tantissimo».

Cos’è mancato a quella PL?

«Non è facile trovare un dettaglio piuttosto che un altro, perché alla fine di piccolezze si è trattato. Di sicuro i playoff sono un campionato a parte e qualcosa ci è mancato. Peccato perché tutti ci saremmo meritati quel premio. Una stagione condotta con umiltà, sacrificio e tanto lavoro. Una società che ha cercato di muoversi insieme verso un obiettivo comune. E così è stato per tutti, squadra, staff e tifosi».

Dopo quella serata cosa è successo?

«Quello che avete visto anche voi. Coach Cardani ha scelto un’altra strada e questo ha portato all’arrivo di coach Campanella che ha disegnato la nuova PL secondo la sua mentalità e la sua filosofia di gioco, nella quale purtroppo non sono rientrato».

Lei sarebbe rimasto?

«Assolutamente. La società sapeva che la PL era la mia unica priorità e per me non c’era altra volontà che provare a riscattare il risultato finale con questa maglia che sento mia. Allo stesso tempo è giusto che il coach abbia lavorato in libertà nella costruzione della squadra, qualsiasi forzatura sarebbe stata inadeguata».

Quindi niente rancore?

«Non scherziamo. Solo tanta riflessione per un’esperienza che mi ha fatto crescere sotto tutti i punti di vista, aspetti che mi ritroverò più avanti nel percorso e gratitudine nei confronti di coach Cardani che mi ha consentito di vivere un’avventura meravigliosa che certamente avrei voluto proseguisse».

Cosa le resta di Livorno?

«Tutto. Limitare la mia stagione al campo è riduttivo. Mi ha coinvolto nella sfera affettiva, ho conosciuto amici che porterò con me per sempre, emozioni straordinarie e una città che ho amato in ogni suo angolo e in ogni sua sfaccettatura. Conoscevo un po’questo mondo dai racconti di mio babbo che nel 1989 visse un’annata al top, ma averla provata in prima persona è stato qualcosa di eccezionale». Sogna un giorno di tornare? «Livorno e la PL sono nel mio cuore. Può andare come risposta?».

La accettiamo. Il ricordo più bello di questa stagione?

«Se devo scegliere un singolo istante dico il canestro nel derby di Supercoppa appena entrato, il primo in maglia PL. Il battesimo migliore che potessi chiedere. È come se lì fossi entrato a far parte della famiglia biancoblù, infatti mi venne istintivo dedicare il canestro alla curva. La lista poi sarebbe lunga».

Ce ne dica qualche altro.

«La vittoria della Supercoppa la porterò per sempre con me. Poter dire "io c’ero" mi tiene legato a questi colori oltre il tempo. Poi ogni ingresso in campo, ogni coro a fine partita col palazzetto pieno. Mi sentivo uno di loro, vi giuro».

Cantava i cori in panchina, confessò una volta.

«Verissimo. Mi davano la carica. Però oggi ne confesso un’altra: non sapete quanto fosse difficile stare anche un minuto in panchina con quell’ambiente lì. Avresti voluto giocare 50 minuti».Per la prossima stagione, ha già trovato sistemazione? «Ci sto lavorando e spero a breve di poter firmare per quella reputo la soluzione migliore per me».

E se affronterà la PL, che effetto le farà?

«Devo ancora metabolizzare. Non mi metta in difficoltà proprio sul finale (ride, ndr) . Di sicuro alla PL auguro di tornare nelle categorie che più le competono. Questa è una piazza che merita il meglio»

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