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Alluvione a Livorno, Giannini: «I livornesi hanno avuto la forza di socializzare e rialzarsi»

di Margherita Gonnelli
Lamberto Giannini
Lamberto Giannini

Le riflessioni del professore di storia e filosofia al liceo Niccolini Palli «I “bimbi motosi” segnale importante di speranza ma anche di malinconia»

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LIVORNO. Lamberto Giannini, docente di storia e filosofia al liceo classico Niccolini Palli e fondatore e regista della compagnia teatrale Mayor Von Frinzius, condivide alcune riflessioni in merito all’alluvione che ha travolto Livorno nel 2017. Riflessioni sull’impegno dei giovani, sulla storicità e l’immediatezza si intrecciano con la testimonianza diretta di una tragedia che ha sicuramente segnato questa città. La filosofia utilizzata come chiave di volta per mettere in luce aspetti sociali, antropologici e pedagogici derivanti da un evento tragico di questa portata.

È possibile osservare, ancora oggi, i segni materiali dell’alluvione del 2017?

«Viale Nazario Sauro, i Tre Ponti che sono in fase di ricostruzione, il Rio Ardenza dove sono stati fatti altri interventi, sono i luoghi cardine della tragedia. Tutti segni di un’incuria generalizzata in Italia che ovviamente, a livello amministrativo, qualcuno gestisce meglio e qualcuno gestisce peggio. Livorno è una città che tiene molto a se stessa, quindi quella perdita di energia a settembre è stata accompagnata dall’impressione di vivere un incubo. Segni materiali di distruzione, ma segnali positivi di ricostruzione; infatti c’è stata una capacità di socializzare e rialzarsi. Il fatto di dover lavorare è stato un elemento che ti decentra dalla tragedia e ti permette di acquisire nuova energia, il fenomeno dei “Bimbi motosi” ne è stato l’esempio».

Cosa hanno rappresentato le azioni dei “Bimbi motosi”?

«Sicuramente un segnale importante di speranza, ma anche di grande malinconia. Da una parte ho visto i ragazzi lavorare con un’intensità straordinaria per la città, ma dall’altro lato ho notato anche la mancanza di una prospettiva per il loro futuro accostata all’impegno di ripristinare case anche di persone agiate. È chiaro che in me si inneschino analisi basate anche sui meccanismi marxisti. Non ho visto soltanto la speranza, la luce, ma ho visto anche le tenebre. La minaccia per il futuro dei giovani rimarrà indipendentemente dal loro magnifico impegno in quel momento ed è proprio in situazioni così estreme che tutto ciò viene alla luce».

L’azione dei “Bimbi motosi” è stata una risposta al classico slogan “i giovani non hanno voglia di impegnarsi”?

«Sì, in maniera molto complessa. Quello che ha capito più di tutti i movimenti della società è Nietzsche: la capacità di entificare il nulla. In quel momento, ma anche ora, i giovani si sentono nulla e sfruttano le occasioni per dare significato alla propria esistenza, utilizzando un’energia pulsionale straordinaria. Il protagonismo c’è sempre, non solo tra i giovani: c’è un elemento teatrale nell’esposizione, ma non c’è niente di male purché non sfoci in pura vanità».

Come si è interfacciato con i suoi studenti dopo questo evento drammatico?

«Io non faccio mai un fermo sulle questioni, ma cerco di inserire qualcosa durante la didattica. In quinta siamo ripartiti col ripasso di Hegel e si è accennato all’idea dei meccanismi culturali: quando tutto è lacerato, se c’è un forte senso di appartenenza poi ci si ricompatta e tutto ciò diviene un elemento che spinge ancor più in alto in senso spirituale».

In che modo l’alluvione del 2017 è entrata nel tessuto strutturale livornese?

«È accaduto in modo liquido. Prendendo spunto da Bauman, possiamo dire di vivere in un’epoca liquida, tutto scorre e ogni cosa è evento. C’è da dire che l’evento è tale fin quando è spendibile, nel momento in cui non lo è più viene meno il suo ricordo. Sui social c’è la possibilità di condividere contenuti visibili per sole ventiquattr’ore, in questo senso si annulla la storicità. La dimensione storica è la permanenza: il fatto che una cosa rimane, l’idea che si abbia di fronte un fatto storico. Non esistono più fatti storici, tutto è veloce. Siamo immediati e viviamo in una dimensione immediata, fondata su un eterno presente che non entra mai nella storia del passato diventandone sua radice, per questo arriva poi a disperdersi».

Qual è stata la sua esperienza e, soprattutto, cosa ha provato in quei giorni?

«Mi sono svegliato la mattina e ho pensato che qualcuno avesse fatto uno scherzo di cattivo gusto, perché mi arrivavano messaggi da amici sparsi in tutta Italia che mi chiedevano se stessi bene. Ho aperto la finestra e non c’era granché, solo seguendo Granducato ho appreso la notizia. Ho sperato in un’esagerazione, ma con grande rammarico ho scoperto, invece, la devastazione».

Purtroppo era tutto vero...

«Mi sono da subito impegnato nel trovare qualcosa da fare; la sera ho avuto la possibilità di parlare con Giorgio Chiellini, ferito profondamente da questa tragedia, che mi ha comunicato da subito l’intenzione di donare 50.000 euro per aprire un conto, "AiutiamoLI", totalmente volto alla ricostruzione della città. Grazie al rapporto con la Castagneto Banca abbiamo aperto un conto senza costi e senza garanti, in modo che tutti potessero contribuire. Anche la Caritas, in particolare Suor Raffaella, ha fornito un aiuto fondamentale. Abbiamo fatto un comitato per definire parametri e priorità e ci siamo impegnati nell'erogare immediatamente; probabilmente siamo arrivati intorno ai 500.000 euro di aiuti. Questo mi ha fatto star bene, soprattutto perché abbiamo garantito sostegno immediato per chi si è dimostrato in evidente difficoltà. Essendo innamorato di Livorno, il dolore scaturito da questo evento è stato insostenibile e quindi mi sono dato da fare per non pensare. Ho voluto subito fare il bagno, nonostante il divieto di balneazione, non per sfida ma perché per me Livorno è il mare e avevo bisogno di normalità». 

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