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Livorno, l'operaio licenziato dopo aver perso la vista: «Ora lotto perché non capiti più»

di Claudia Guarino

	Sandro Niotta (a sx) con il segretario Fiom Cgil di Livorno Massimo Braccini
Sandro Niotta (a sx) con il segretario Fiom Cgil di Livorno Massimo Braccini

Sandro Niotta si è rivolto alla Fiom e ha intenzione di andare avanti con l’azione sindacale già intrapresa: «Trattato come numero, è ingiusto»

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LIVORNO. «Per me il lavoro è sempre stato tutto e all’azienda, francamente, penso di aver dato tanto. Ma loro, dopo dieci anni, mi hanno cacciato trattandomi come fossi solo un numero». Sandro Niotta parla in modo accorato e, di tanto in tanto, si stringe nelle spalle. «Mi sono ammalato, ho perso la vista. Sarebbe stato già difficile affrontare tutto questo. Ma poi mi hanno pure licenziato».

L’operaio 43enne non ne fa una questione personale. Almeno, non solo. «Le aziende non possono prendere il nostro tempo, guadagnare sul nostro lavoro e poi scaricarci perché non siamo produttivi. Non è giusto». Per questo, dice, vuole raccontare la sua storia. Perché «non deve succedere ad altre persone». Accanto a lui, mentre parla nella sede della Cgil, c’è Massimo Braccini, segretario della Fiom di Livorno, che segue Niotta nel suo percorso. «Impugneremo il licenziamento - dice il sindacalista - e tuteleremo il lavoratore in tutto e per tutto, valutando eventuali ulteriori azioni legali e sindacali». Ma andiamo con ordine.

Il lavoro

Niotta, cecinese, fino a poco tempo fa lavorava per la E - Repair, azienda con sede a Livorno specializzata nella riparazione di componenti elettroniche il cui responsabile del personale, contattato dal Tirreno, per il momento non ha rilasciato dichiarazioni. «Ero nel settore della sala lavaggio - racconta Niotta -. Arrivavano i moduli danneggiati e io li aprivo, smontavo tutto, lavavo le schede e le mettevo in un forno a 60 gradi. Poi toglievo le componenti dal forno e le portavo al laboratorio tecnico. Negli anni ho creato anche prodotti rigenerati e mai mi sono lamentato di qualcosa. Mi sembra, insomma, di aver dato abbastanza».

La malattia

Poi, a un certo punto, Niotta si ammala. «Dopo il Covid ho scoperto di avere un tumore». E la sua vita cambia per sempre. «Sono passato dall’andare in macchina al lavoro a non poter più guidare. Allora ho iniziato a prendere la bici e con quella andavo alla stazione di Cecina e, da lì, a Livorno col treno. A volte me la sono rifatta tutta in bici, la strada. Ma non mi pesava. Perché per me il lavoro è sempre stato importantissimo». Poi la vista è peggiorata e quando «a dicembre del 2024 ho comunicato che sarei dovuto stare mesi in ospedale l’azienda mi disse che non ci sarebbero stati problemi. Poi però da un certo punto in poi non mi ha più risposto». E, una volta terminati i giorni a disposizione del lavoratore per la malattia, è scattato il licenziamento.

L’azione sindacale

A quel punto Niotta si è rivolto alla Fiom e «dall’azienda ci hanno rimandato all’ufficio legale di Milano». «Non c’è stata volontà da parte dell’azienda - dice Braccini - di prevedere un ricollocamento della persona altrove. Né è stato valutato un incentivo all’esodo. Il calcolo del periodo di malattia sarà certamente sottoposto a verifica ma, al di là di questo, non possiamo accettare che il mondo del lavoro espella chi si ammala gravemente. Il lavoratore deve essere tutelato».

«Non deve succedere»

Dopo che la Cgil ha reso pubblica la storia di Niotta, «l’azienda si è messa in contatto con il lavoratore, ma lui ha detto che ha intenzione di andare avanti con l’iniziativa sindacale». Perché, dice il 43enne, «nessuno dovrebbe trovarsi in questa situazione. Io ho lavorato per anni senza mai lamentarmi e sembrava che l’azienda mi apprezzasse. Negli anni mi ha anche dato dei premi produzione e io ero contento perché li vedevo come un premio per un lavoro che, evidentemente, avevo fatto bene. Quando mi sono ammalato, ma potevo ancora lavorare, prima di assentarmi per qualche giorno di terapia mi avvantaggiavo con quello che avrei dovuto fare al rientro. Questo perché ho sempre dato valore al lavoro. Andavo con fierezza e soddisfazione. E di certo non mi aspettavo che sarebbe finita così. Mi hanno trattato come se fossi solo un numero. Mi sono sentito tradito».

«Facciamoci sentire»

Ma allora «quello che è successo a me potrebbe succede ad altri. E non possiamo accettarlo. Io vado avanti (con l’azione sindacale, ndr) affinché non accada più. Non possiamo far finta di niente. Io sono sempre stato fiero di essere un operaio. E dobbiamo far capire la forza che, tutti insieme, abbiamo». Accanto a Sandro Niotta, nella sua lotta, c’è il sindacato. «Continueremo a batterci - sottolinea Braccini - affinché il diritto al lavoro, alla dignità e all’inclusione valgano anche nei momenti più difficili della vita delle persone. Seguiremo la vicenda in tutte le sedi sindacali, legali e istituzionali competenti, affinché vengano verificate tutte le possibili tutele».

«Mi riprendo la vita»

Niotta di certo non ha intenzione di mollare. «Mi capita di attraversare momenti molto difficili, dico la verità. A volte mi sento inutile e l’azienda per cui ho lavorato dieci anni ha contribuito a farmici sentire. Ma reagisco e ringrazio la mia compagna e la rete dei miei amici. Loro mi danno la forza per andare avanti. Da un anno e mezzo faccio corsi di mobilità e orientamento, prenderò il cane guida e mi sto impegnando per poter riprendere in mano la mia vita».

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