Nasce paralizzato, ai familiari oltre due milioni di euro di risarcimento
Empoli, utilizzata l’ossitocina per accelerare il parto. Un errore medico riconosciuto anche dal Tribunale di Firenze che ha disposto un maxi-risarcimento alla famiglia
EMPOLI. Non sono bastate le cure, per tre anni, dei medici del Meyer di Firenze. Il bambino, nato all’ospedale di Empoli nel maggio 2015 con diagnosi di «asfissia grave», subito dopo il «parto spontaneo operativo con accompagnamento manovra Kristeller» è stato trasportato all’ospedale pediatrico fiorentino dove, dopo tre anni, gli è stata diagnostica una «paralisi cerebrale infantile tipo tetraparesi».
Secondo i familiari del bambino, che oggi ha 11 anni, la responsabilità è dei sanitari del reparto di ostetricia e ginecologia soprattutto a causa dell’errata somministrazione di ossitocina «che aveva determinato un peggioramento dell’ossigenazione fetale» e per «il mancato tempestivo ricorso al taglio cesareo, che aveva determinato la grave sofferenza ipossico-ischemica neonatale».
Un errore medico riconosciuto anche dal Tribunale di Firenze che ha disposto un maxi-risarcimento alla famiglia, oltre due milioni di euro, “condannando” i sanitari – un’ostetrica e un ginecologo – e l’ospedale di Empoli a indennizzare i familiari. Nei giorni scorsi, la Corte d’Appello di Firenze ha confermato la sentenza, in quanto «i sanitari, anziché somministrare un tocolitico a cui associare o meno l’esecuzione del taglio cesareo hanno erroneamente proceduto a trattare mediante infusione di ossitocina che ha determinato il completo deterioramento delle condizioni fetali», ma ha escluso la responsabilità dell’ostetrica in quanto aveva avvisato il ginecologo di quello che stava accadendo.
«La gestione del travaglio e delle fasi del parto è passata esclusivamente nelle mani del ginecologo, cui ogni scelta terapeutica è riconducibile», recita la sentenza. Secondo quanto emerso anche dalla consulenza tecnica, è stata determinante la scelta del medico di utilizzare l’ossitocina per accelerare il parto che ha però acuito lo stress ipossico, «che avrebbe potuto invece essere risolto – specifica la sentenza – verosimilmente con la somministrazione di un tocolitico (e in ipotesi il ricorso a taglio cesareo)», farmaco usato per bloccare o ridurre le contrazioni dell’utero. Anche se rivedendo leggermente al ribasso la somma, la Corte d’Appello ha confermato un maxi-risarcimento: oltre due milioni di euro, comprensivi anche dei danni futuri, le spese che il bambino dovrà affrontare per la sua condizione quando diventerà adulto.
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