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Il processo

Morte di Denny Magina: perché Hamed e Amine sono stati assolti – Ciabatte, anello e soldi: i tre elementi chiave della difesa

di Claudia Guarino

	Hamed Hamza e Denny Magina
Hamed Hamza e Denny Magina

La ricostruzione dibattimentale ha messo in luce dinamiche e testimonianze che hanno orientato il giudizio finale, delineando un quadro processuale molto diverso da quello ipotizzato nelle prime fasi dell’inchiesta. Dopo la sentenza caos nell’aula del tribunale di Livorno e malore per la madre del giovane morto nell’agosto del 2022

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LIVORNO. Ci sono voluti quasi quattro anni, tra indagini e dibattimento. Più una camera di consiglio lunga due ore. E quando i giudici sono entrati nell’aula B del tribunale di Livorno, giovedì 21 maggio, nella manciata di secondi prima della lettura della sentenza, il tempo si è come fermato negli sguardi delle decine di persone presenti. Poi il presidente del tribunale Luciano Costantini ha letto il dispositivo. «La corte assolve Hamed Hamza e Amine ben Nossra perché il fatto non sussiste» disponendo la cessazione delle misure cautelari in essere. Hamza, fino a giovedì 21 maggio in carcere, tornerà dunque libero. Si conclude così il processo di primo grado per omicidio preterintenzionale in concorso aperto dopo la morte del 29enne livornese Denny Magina, avvenuta il 22 agosto 2022 dopo il volo da una finestra al quarto piano di un palazzo popolare in via Giordano Bruno, alla Guglia. E in aula scoppia il caos. «Assassini – gridano –. Siete degli assassini». Ma andiamo con ordine.

L’ultima udienza

L’ultima udienza del processo che vedeva imputati il tunisino Hamed Hamza, detto il pugile, e il connazionale Amine ben Nossra è iniziata con decine di persone in aula tra cui i genitori di Denny, Erika Terreni – che ha accusato un malore dopo la lettura della sentenza ed è stata soccorsa in tribunale – e Sky Magina, la sorella Asja e il nonno Mauro Terreni, che si sono costituiti parte civile rivolgendosi all’avvocato Andrea Ghezzani. Hamza, che era il principale indiziato, era presente (come sempre) ed è arrivato scortato dagli agenti della polizia penitenziaria.

La requisitoria del pm

Il dibattimento si è aperto con la requisitoria del sostituto procuratore Giuseppe Rizzo, affiancato in aula dal procuratore capo di Livorno Maurizio Agnello, che ha ripercorso la fase delle indagini portate avanti dai carabinieri illustrando la tesi della procura basata su elementi indiziari considerati probatori. La cosiddetta ferita numero 7, per esempio. Cioè il taglio di due centimetri trovato sotto al labbro inferiore del giovane dai medici legali che hanno effettuato l’autopsia. «Quella ferita non è riconducibile direttamente alla precipitazione», ha detto il pm. Da qui le indagini specifiche che, portate avanti a suon di perizie, hanno permesso di trovare tracce di platino e argento all’interno del taglio. Tracce secondo la procura compatibili con uno degli anelli in possesso di Hamza. Sui pantaloni di Denny e sotto due sue unghie, inoltre, è stato trovato il dna di Hamza e questo – sempre secondo la Procura – indicava l’esistenza di una colluttazione. «Noi – ha detto Rizzo durante la sua requisitoria – non possiamo dimostrare l’omicidio volontario, ma possiamo dimostrare che quella notte Hamza era arrabbiato con Denny, c’è stata una discussione, lui l’ha colpito con un pugno e Denny è caduto. Il dna di Hamza sotto le unghie di Denny è una prova incontestabile. Non ci sono dubbi su Hamza. Per quanto riguarda Amine noi sappiamo solo che era presente e che c’è una traccia generica sulla caviglia di Denny. Obiettivamente gli elementi nei confronti di Amine sono insufficienti per pervenire a una sentenza di condanna». Alla luce di quanto illustrato, il pm ha quindi chiesto per Hamza 18 anni (il massimo della pena) e per Amine l’assoluzione per mancanza di prove.

L’arringa della difesa

L’avvocata Barbara Luceri, legale di Hamza, ha invece chiesto l’assoluzione per il suo assistito perché «gli indizi illustrati dalla procura non sono sufficienti per una condanna oltre ogni ragionevole dubbio». Secondo Luceri «non ci sono prove che quella notte ci sia stata una discussione dato che la stanza era in ordine e le ciabatte di Denny girate con la punta verso la stanza». Cosa che secondo l’avvocata farebbe pensare che il 29enne fosse seduto sul davanzale della finestra da cui poi è volato. Inoltre «l’anello indicato dalla procura sta largo al mio assistito e non vi è certezza che il dna sua finito sotto le unghie della vittima a seguito di una lite né che la ferita sotto il mento sia stata conseguenza di un pugno». Secondo Luceri non regge nemmeno l’ipotesi del movente (il presunto debito per droga di Denny nei confronti di Hamza) perché «aveva i soldi in tasca, avrebbe potuto darglieli».

La sentenza

Poi, concluse anche le arringhe degli avvocati Andrea Ghezzani (parte civile) e Alessandra Natale (legale di ben Nossra di cui ha chiesto l’assoluzione), i giudici si sono ritirati in camera di consiglio. Due ore dopo, la sentenza. Assoluzione per entrambi perché il fatto non sussiste. Erika Terreni ha un malore. «Denny muore un’altra volta».  

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