Livorno, anni con infiltrazioni e umidità: famiglia risarcita di 20mila euro. Condannata impresa edile
Via Calzabigi: condannata l'azienda che non aveva eseguito i lavori a opera d’arte. I vicini successivamente avevano lasciato il terrazzo soprastante non impermeabilizzato
LIVORNO. Per anni hanno convissuto con macchie di umidità, infiltrazioni d’acqua e stanze progressivamente diventate inutilizzabili. Adesso il tribunale civile ha dato loro ragione, condannando i proprietari dell’appartamento sovrastante a risarcire oltre 12mila euro di danni (20mila in totale se consideriamo le spese di giudizio) e a eseguire definitivamente i lavori necessari per eliminare i problemi. Ma nella vicenda finisce coinvolta anche un’impresa edile livornese, ritenuta dal giudice responsabile di aver eseguito lavori «non a regola d’arte» e chiamata a pagare tutte le somme al posto dei committenti.
La sentenza è stata pronunciata nei giorni scorsi dal giudice civile Franco Pastorelli al termine di una lunga causa nata dopo anni di problemi in un appartamento di via Calzabigi, al quinto piano di un palazzo. I proprietari dell’immobile danneggiato, assistiti dall’avvocata livornese Marianna Deias, si erano rivolti a palazzo di giustizia dopo aver denunciato infiltrazioni d’acqua provenienti dal terrazzo dell’abitazione soprastante. Fenomeni che, secondo quanto ricostruito nella consulenza tecnica d’ufficio disposta nell’ambito del procedimento giudiziario, avevano provocato danni ai balconi, al soggiorno e poi anche alla camera da letto dell’appartamento. La vicenda era partita nel 2022 con un accertamento tecnico preventivo. Il consulente nominato dal tribunale aveva effettuato sopralluoghi e verifiche tecniche, individuando l’origine delle infiltrazioni nella «non perfetta sigillatura dell’impermeabilizzazione tra la cimasa posta a perimetro e la pavimentazione della sovrastante terrazza». In sostanza, l’acqua penetrava e si infiltrava nel solaio. I proprietari del terrazzo si erano difesi sostenendo che la responsabilità fosse da attribuire all’impresa che aveva eseguito alcuni lavori di ristrutturazione, chiamata poi in causa nel procedimento.
L’azienda edile, però, non si è costituita in giudizio. Il tribunale ha comunque chiarito che, anche in presenza di un appalto, il proprietario del bene mantiene la custodia della cosa e resta quindi responsabile dei danni provocati, salvo dimostrare un caso fortuito. Secondo il giudice, questo non è avvenuto. Anzi, la sentenza sottolinea come i lavori effettuati sul terrazzo siano stati realizzati in modo inadeguato. In particolare, durante la sostituzione delle cimase in travertino sarebbe stata interrotta l’impermeabilizzazione senza predisporre «un corretto ripristino tecnico». Una scelta che avrebbe favorito il passaggio dell’acqua all’interno del solaio, provocando l’infiltrazione e la conseguente umidità. Il consulente tecnico ha inoltre evidenziato che i proprietari del terrazzo, pur essendo a conoscenza dal 2023 delle cause delle infiltrazioni e degli interventi necessari, avrebbero eseguito soltanto un «intervento parziale» e non risolutivo, consistente nell’applicazione di una membrana liquida impermeabilizzante. Soluzione ritenuta dal magistrato insufficiente perché soggetta a future cavillature e quindi incapace di eliminare definitivamente il problema.
Per questo il giudice ha ordinato agli inquilini del piano superiore di eseguire integralmente i lavori indicati dal consulente tecnico entro tempi precisi: 60 giorni per iniziare e altri 120 per completarli. In caso di ritardo scatterà una penale di 100 euro al giorno. Sul fronte economico, il tribunale ha riconosciuto ai proprietari dell’appartamento danneggiato un risarcimento complessivo di 12.131,86 euro, oltre all’Iva su parte della somma. Nel dettaglio, circa 5.900 euro riguardano i costi di restyling delle porzioni danneggiate, mentre oltre seimila sono stati riconosciuti per la mancata possibilità di utilizzare pienamente alcune stanze della casa. Proprio quest’ultimo aspetto occupa una parte significativa della sentenza. Il tribunale ha infatti riconosciuto il danno da «indisponibilità dell’immobile», osservando come fotografie e consulenze dimostrassero che alcune aree dell’abitazione erano di fatto inutilizzabili a causa dell’umidità e delle infiltrazioni. Il giudice ha quindi liquidato il danno prendendo come parametro il valore locativo delle porzioni non fruibili, quantificato dal consulente in 135 euro al mese. Respinta invece l’eccezione dei vicini – responsabili delle infiltrazioni al piano di sotto – secondo cui i proprietari dell’appartamento danneggiato avrebbero aggravato il danno attendendo troppo tempo prima di agire legalmente.
Secondo il tribunale, i residenti si erano già mossi dal 2016 in via stragiudiziale per cercare di individuare l’origine delle infiltrazioni e il responsabile. Inoltre, precisa la sentenza, il danneggiato non è obbligato ad avviare immediatamente una causa per evitare l’aggravamento del danno. Alla fine il tribunale ha accolto anche la domanda di manleva avanzata dai proprietari del terrazzo nei confronti dell’impresa edile. Sarà quindi la ditta a doverli tenere indenni dalle somme dovute ai vicini, comprese spese legali e consulenze tecniche. Spese particolarmente elevate: oltre settemila euro tra causa di merito e accertamento tecnico preventivo, oltre ai costi delle consulenze tecniche disposte dal tribunale. In totale circa 20mila euro. «Siamo ovviamente soddisfatti della sentenza che, sotto un profilo tecnico, è interessante – spiega l’avvocata Deias, che ha assistito gli inquilini vittime delle infiltrazioni e delle macchie di umidità – laddove ribadisce il principio secondo il quale, anche nel caso di affidamento di lavoro in appalto, il proprietario rimane comunque, responsabile in virtù del dovere di custodia».
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