Sindacalista di Livorno condannato dopo aver picchiato l'ex moglie col monopattino
Il cinquantaduenne ritenuto responsabile di maltrattamenti in famiglia e lesioni. Dovrà risarcire sia la donna che le figlie
LIVORNO. Avrebbe minacciato di morte e picchiato l’ex moglie colpendola perfino con un monopattino. Per questo un sindacalista livornese di 52 anni è stato condannato a due anni e mezzo di reclusione per lesioni e maltrattamenti in famiglia: secondo l’accusa (e, in attesa delle motivazioni della sentenza, anche per il tribunale) avrebbe vessato e aggredito la compagna, con cui nel frattempo si è separato, anche davanti alle figlie minorenni. Alla donna dovrà inoltre risarcire novemila euro di danni, mentre tremila a ciascuna delle figlie. I fatti, secondo l’accusa, sarebbero avvenuti quasi cinque anni fa, con la quarantenne – questa l’età della presunta vittima all’epoca dei fatti – che in un’occasione, a fine settembre 2020, è andata a farsi refertare al pronto soccorso con un trauma cranico e vari lividi, dal quale è stata poi dimessa con dieci giorni di prognosi. «Sono stata aggredita da mio marito», queste le sue parole ai medici dell’ospedale.
La convivenza
La convivenza fra i due inizia svariati anni fa, prima del 2010, per un primo periodo a casa dei genitori dell’uomo. «Poi mia cognata – ha raccontato in tribunale la sorella dell’imputato, ascoltata come testimone – si è voluta trasferire perché era insofferente a mio padre e a mia madre. Eppure le abbiamo dato tutto, accogliendola come una figlia: l’abbiamo aiutata tantissimo soprattutto nei primi mesi in cui stava a Livorno. Mio babbo, in particolare, si è adoperato tantissimo per renderla indipendente, ha fatto sì che trovasse un lavoro e avesse un suo stipendio. Lo ha fatto anche con me, anche se lei quando lavorava veniva accompagnata in auto da noi ovunque, nonostante avesse la patente di guida. Mio padre, in special modo, era sempre a sua completa disposizione anche dopo, quando lei e mio fratello abitavano in un’altra casa, andando a prendere la mattina le figlie e riportandogliele la sera».
I litigi
Inizialmente, fra i due, la convivenza sarebbe stata pacifica, «perché mio fratello era veramente innamorato di lei», le parole della familiare. Poi, però, le cose sarebbero cambiate. Fino alla separazione, prima sotto lo stesso tetto, poi effettiva con la donna accolta come vittima di violenza domestica in una casa famiglia (ma vivendo sempre in città, dato che le era stata assegnata la casa coniugale ndr). È stata sempre la sorella dell’imputato, in aula, a raccontare durante il processo che effettivamente il rapporto di coppia non era dei migliori, criticando però il carattere dell’ex cognata e prendendo la difesa del sindacalista: «Nelle occasioni conviviali, quando ad esempio eravamo tutti insieme a tavola – aveva sottolineato – lo scherniva, criticandolo oltremodo per tutto. Ma lui, per amore della famiglia, lasciava correre. Non ho mai assistito a violenze fisiche e mio fratello mi ha detto di non averla mai picchiata. L’episodio del monopattino? So che lei è stata colpita per sbaglio, in casa, mentre si stava girando. Mi è stato detto che non è stato niente di intenzionale». Anche il compagno della sorella del rappresentante dei lavoratori, ascoltato in aula dal collegio presieduto dal giudice Gianfranco Petralia, aveva detto che «la mia ex cognata, anche quando uscivamo insieme, faceva un po’ come gli pareva. Ad esempio, nove volte su dieci, si andava dove voleva lei. Ricordo che una volta lo apostrofò davanti a tutti dicendogli “Non capisci niente” e che, anche in nostra presenza, lo denigrava. Si lamentava del lavoro che faceva». «Era selettiva nelle amicizie – ha proseguito la sorella rispondendo a una domanda della pubblico ministero Sabrina Carmazzi – criticava mio fratello per il suo mestiere e ha fatto tabula rasa di tutti gli amici di lui». In ogni caso, la versione della donna, è stata ritenuta attendibile dal collegio, che ha condannato il sindacalista a due anni e mezzo di reclusione.
La denuncia dell’uomo
Nell’ambito del processo è emersa anche una denuncia del marito nei confronti dell’ex moglie. Un’indagine che si è comunque conclusa con l’archiviazione. In aula, infatti, nel corso del processo era stato chiamato come testimone un carabiniere, all’epoca in servizio per l’aliquota della procura, che aveva svolto accertamenti dopo un esposto per diffamazione del rappresentante dei lavorativo. «L’uomo – furono le sue parole – nella querela sosteneva che l’ex coniuge non le facesse avere un tenore di vita adeguato e che avesse atteggiamenti non consoni nei suoi confronti. Abbiamo acquisito anche una chat, da lui consegnata, in cui lei rivelava la volontà di separarsi. Poi, poiché nella querela sosteneva che la moglie spendesse troppi soldi e indicava un prelievo di tremila euro dal loro conto comune, abbiamo effettuato anche degli accertamenti sulle movimentazioni economiche, per appurare se vi fossero prelievi di denaro eccessivi, monitorando due conti correnti e anche una carta ricaricabile».
La sentenza
Nei giorni scorsi, in tribunale, è stata pronunciata la sentenza di primo grado. L’uomo è stato difeso dall’avvocata Erika Vivaldi, che in attesa delle motivazioni valuterà se fare ricorso. La donna, parte civile, è stata assistita dalla legale Manuela Demurtas.
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