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L'azzurro di Sandrokan: «La telefonata di Messina e le partite a tressette io, Gamba, Riva e Rubini»

di Francesco Parducci
L'azzurro di Sandrokan: «La telefonata di Messina e le partite a tressette io, Gamba, Riva e Rubini»

I ricordi di Dell’Agnello, argento europeo con Fantozzi e terzo livornese con più presenze di sempre nella zazionale italiana di pallacanestro

23 febbraio 2023
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LIVORNO. È il terzo livornese di sempre per presenze nella nazionale maggiore, dietro a due grandi del passato come Massimo Cosmelli e Dado Lombardi. Le guide ufficiali gli accreditano 108 presenze in maglia azzurra, una decina di più se si aggiungono anche quelle della sperimentale.

Sandro Dell’Agnello, oggi allenatore della gloriosa Sebastiani Rieti nel girone C della serie B, una delle più accreditate al salto di categoria, conserva della sua storia in Nazionale solo ricordi belli. «Ho sempre indossato la maglia azzurra – dice – con grande orgoglio e ritenendolo un onore. La prima convocazione, era il 1985, avevo già 24 anni ma in pochissimi anni ero passato dalla serie D dell’Us Livorno all’A1 di Caserta, fu un qualcosa di quasi scioccante, mi sembrava di essere in un frullatore».

Eppure oggi sembra che non per tutti sia così. Per qualcuno, tolti gli eventi di primo livello, sembra che la convocazione in azzurro sia un peso, quasi un fastidio. A volte si sono viste defezioni un po’ sospette...

«Non è il mio caso. Anzi, voglio raccontarvi una cosa. Avevo già 35 anni, in nazionale avevo già giocato tanto, avevo vinto l’argento agli europei di Roma del 1991 (in squadra c’era anche Fantozzi, ndr) giocando da 3 titolare. Insomma, il mio l’avevo fatto. Mi telefona Ettore Messina, che aveva preso la guida della squadra. La nazionale stava per partire per un raduno e mi disse: ho bisogno di un giocatore d’esperienza, uno che mi aiuti anche a tenere cucito lo spogliatoio, ma non posso garantirti nemmeno un minuto in campo. In pratica mi stava chiedendo di fare una sorta di capitano non giocatore. Gli risposi: dimmi a che ora devo venire e dove che preparo la borsa. Purtroppo il giorno dopo mi infortunai a un piede e la cosa non si concretizzò».

Ha parlato del 1991. Un anno magico, per lei.

«Sì, tre eventi bellissimi in pochi mesi, che porto per sempre nel cuore. Lo scudetto con Caserta a maggio, l’argento di Roma a giugno e in ottobre nacque il primo dei miei figli, Tommaso».

Ottomila persone al Modigliani Forum. Che significa?

«Che Livorno e il basket sono una cosa sola. Le immagini del derby di serie B con 8.000 spettatori sono state qualcosa di irreale, posso garantirvi che ne ha parlato tutta l’Italia. Questa è una diretta conseguenza».

Le piace questa nazionale?

«Sì, mi ha riportato entusiasmo. Vedo dei ragazzi, che poi sono ottimi giocatori, come Tonut, Polonara, Fontecchio che hanno voglia di lavorare e di sbattersi. Mi piace più questa nazionale di quella di prima che doveva vincere tutto e non ha vinto niente».

Ai suoi tempi come era l’ambiente della Nazionale, caciarone o paludato?

«Dove ci sono io un ambiente non può essere paludato. I ritiri erano lunghi, ma non mi ricordo di essermi mai annoiato. Dopo cena erano un classico le partite a tressette: da una parte io e Antonello Riva, dall’altra Gamba e Cesare Rubini, il Principe, che era il capo delegazione. Ma stiamo parlando di trent’anni fa, un’altra epoca. Non c’erano gli smartphone, era obbligatorio stare insieme e socializzare. Ora tutti si rifugiano nel loro telefonino e si estraniano un po’ dal resto della compagnia”».

Dalle convocazioni sue e di Fantozzi a quelle di Giachetti e Fantoni sono passati 20 anni e dopo loro due, buio totale, nessun livornese ha più vestito l’azzurro se non nelle selezioni giovanili. Ci fu una convocazione di suo figlio Giacomo per le Universiadi, anche questa però stoppata da un infortunio. Sembra che Livorno sia più brava a produrre allenatori che giocatori...

«Intanto teniamo conto che ci sono stati almeno dieci anni di vacche magre, con molta meno partecipazione di bambini e quindi possibilità che, fra i tanti, venisse fuori il campione. Ora con questo nuovo boom mi auguro che i numeri di tutti i settori giovanili crescano parecchio. Ma il campione nasce per caso, può nascere dovunque e in qualsiasi momento. La fortuna della Juve Caserta fu che Gentile e Esposito nascessero a duecento metri l’uno dall’altro e giocassero insieme fin da ragazzi». l


 

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