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Il comandante dello yacht: "Quando Dodi mi disse che veniva a bordo Lady D" - Esclusivo

Matteo Tuccini
Il comandante dello yacht: "Quando Dodi mi disse che veniva a bordo Lady D" - Esclusivo

Luigi Del Tevere era il comandante dello yacht di Al-Fayed: «Con William e Harry fingevo di far guidare loro la nave»

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Sì, si amavano. A modo loro, con le loro regole. Quelle a cui doveva sottostare una principessa inglese dal sorriso dolce e malinconico. Capace di ammaliare il rampollo di una famiglia di miliardari arabi: anche lui bello, ricchissimo eppure semplice come ogni uomo amante della vita e delle donne. Lady Diana e Dodi Al-Fayed, nell’estate del 1997, sono stati protagonisti di una storia che ha incantato il mondo. Ma che secondo molti era fasulla: un romanzo d’appendice creato a tavolino.

Non così la pensa l’uomo che ha vissuto con loro gli ultimi giorni felici, prima dell’incidente mortale del 31 agosto a Parigi, e che per la prima volta accetta di parlarne con un giornalista. Luigi Del Tevere oggi ha 58 anni ed è uno dei comandanti di yacht più famosi nati a Viareggio. Era lui il comandante dello Jonikal, lo yacht di 60 metri realizzato dai cantieri viareggini Codecasa che è stato il set di un’estate da sogno per Diana, Dodi e il mondo intero. Su quello yacht, al largo dell’isola di Cavallo in Sardegna, i due furono paparazzati dal fotografo Mario Brenna, che ha fatto lo scoop del secolo con quel bacio.

I paparazzi: davvero sono loro i responsabili della morte di Diana e Dodi? «No, non credo – dice il comandante Del Tevere, che ha deciso di parlare per la prima volta dopo oltre vent’anni – Si trattava di persone che erano abituate ad essere inseguite dai fotografi. Al punto da provare un certo compiacimento». E allora cos’è successo, in quella notte conclusasi tragicamente sotto il Pont de l’Alma? Del Tevere chiede di non andare oltre. Il mistero rimane. Forse è così che deve andare, in questo romanzo che se davvero fosse stato scritto sarebbe un capolavoro. Da romanzo, di sicuro, è la vita del comandante Del Tevere: a partire dalle origini, con il nonno Ariodante costretto a farsi alcuni giorni di prigione nella Torre Matilde, l’antico carcere di Viareggio, perché aveva pestato un fascista.

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Luigi, che parla nel suo “ufficio” al bar Orsi di Anna sulla Passeggiata, ha lo stesso orgoglio di viareggino trabaccolaro, cioè erede di una tradizione di pescatori che usavano la barca a vela detta trabaccolo. Gente con una parola sola.Dagli sceicchi a un armatore russo, per cui lavora oggi, dopo essere stato il capitano di Flavio Briatore. «Ma il vero segreto di un comandante – dice Del Tevere – è avere al fianco una donna con gli attributi». «Ho conosciuto Dodi sullo yacht Nabila, nel mio primo incarico da ufficiale: erano gli anni Ottanta – racconta il comandante viareggino – il Nabila, costruito nei cantieri Benetti di Viareggio, era di proprietà dello zio di Dodi, il finanziere Adnan Khashoggi». Che poi lo vendette a Donald Trump. «Dodi era una bravissima persona, un uomo semplice. Grandissimo conquistatore di donne. Siamo rimasti legati e quando lui ha pensato di acquistare lo Jonikal io ho seguito la trattativa».

Un affare da sogno: lo Jonikal è un superyacht, all’epoca uno dei primi 10-15 al mondo. È nelle mani del re bergamasco dei jeans, Edoardo Polli detto lo “sceicco della Val Brembana”. Dodi vede quel gioiello per la prima volta nel 1994 e decide che deve essere suo, come una bella donna. Contatta Del Tevere, che è diventato il comandante dell’armatore bergamasco dopo aver lavorato con gli Swarovski, con l’editore Rusconi e con la famiglia Perfetti, i patron della gomma da masticare Brooklyn. La trattativa dura due anni e si conclude nel febbraio del 1997: il prezzo pattuito è di 13 milioni di dollari. Qui scatta l’aneddoto. «Lo yacht viene affidato dalla famiglia Al Fayed a una società inglese, che assume un comandante australiano. Di lui ricordo che fece fatica ad entrare in porto a Viareggio… Il fatto è che non volevano che la mia amicizia con Dodi finisse per pesare. Ma un giorno Dodi chiama a bordo e dice: “Dovete fare quello che dice Luigi”». Agli inizi dell’estate del 1997 lo Jonikal attracca di fronte alla villa degli Al Fayed a Saint Tropez. «Dodi arriva a bordo e dice: Luigi dobbiamo andare, stasera abbiamo la principessa Diana come ospite. Lei ci aspettava su una barca a vela, me la presentarono. Era molto gentile, una persona affabile».

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È il primo fine settimana della nuova coppia, quello successivo arrivano anche i principini William e Harry. «Non era la prima volta che avevo a che fare con la famiglia reale inglese. Nel 1984, in Brunei, ero stato responsabile alla sicurezza del principe Carlo. Con i bambini giocavo, facevo credere loro di poter guidare lo yacht, ma in realtà c’era il pilota automatico. C’era talmente confidenza che mi scappava qualche battuta in viareggino». Come a Porto Cervo, quando Dodi e Diana attraversano un cordone di folla e un signore anziano chiede a Del Tevere: «Ma è lei, la principessa?». E lui: «No, è solo la mi’ sorella». I paparazzi, però, sono dappertutto. Come il fotografo Brenna. «L’ho visto arrivare in gommone, mi ha chiesto se ci fosse davvero la principessa a bordo. Io ho fatto lo gnorri, ma avevo capito che qualcuno si era venduto la notizia». Come l’ultima volta, a Olbia. Dodi e Diana devono prendere l’aereo privato per Parigi. Qualche addetto dell’aeroporto ha chiamato i giornali e alla partenza ci sono fotografi e telecamere ovunque. «Dodi, scappando, mi ha detto: “Ci sentiamo domani al telefono”. Io sono ripartito per la Costa Azzurra. Alle 3 del mattino dopo mi arriva la telefonata di un giornalista inglese: “Sono morti”, mi dice. Io lo mando a quel paese. Poi, alle 7, mi chiama la segretaria della famiglia Al Fayed e mi conferma la notizia». Luigi attracca lo yacht a Genova, la banchina di fronte viene riempita di fiori. Il romanzo è finito, il mito rimane.

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