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Rischio elezioni anticipate nel 2026: la data, perché può succedere davvero e cosa prevedono i sondaggi

di Redazione web

	La premier Giorgia Meloni
La premier Giorgia Meloni

La frenata nei consensi, le tensioni nella maggioranza e le simulazioni sul nuovo sistema elettorale alimentano il dibattito interno: a Palazzo Chigi cresce il timore di un logoramento che potrebbe cambiare gli equilibri prima della fine della legislatura

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Nel silenzio ufficiale e nelle smentite di rito, una data continua a circolare con insistenza nei corridoi della politica: domenica 7 giugno. È il giorno che, secondo più di un retroscena, potrebbe trasformarsi nella finestra utile per un ritorno anticipato alle urne. Non per un nuovo referendum – la ferita nel governo dopo la vittoria del “No” è ancora aperta – ma per un voto politico che rimetterebbe in gioco l’intera legislatura. La sconfitta sulla riforma della giustizia, seguita dalle dimissioni di Bartolozzi, Delmastro e Santanchè, ha scosso il governo e aperto una fase di riflessione interna. La premier Giorgia Meloni, che ha chiesto e ottenuto le tre uscite, si trova ora davanti a un bivio: sfruttare il momento per cogliere impreparate le opposizioni oppure evitare un azzardo che, in un clima di fragilità, potrebbe trasformarsi in un boomerang.

Perché qualcuno nella maggioranza spinge per il voto

Tra i sostenitori dell’ipotesi elezioni anticipate c’è chi vede nel 7 giugno l’occasione per mettere fuori gioco un’opposizione ancora in fase embrionale sul fronte delle alleanze. Il cosiddetto “campo largo” sta discutendo di primarie e leadership, ma tra Pd, M5s, Iv e Avs non c’è ancora una linea comune. Nicola Fratoianni, ad esempio, insiste sulla necessità di partire da un programma condiviso, non da un nome. Un voto a giugno, ragionano alcuni, permetterebbe alla premier di blindare un secondo mandato prima che l’usura del governo – e i rapporti complicati con gli alleati – diventi ingestibile. I primi sondaggi post‑referendum mostrano infatti un calo di Fratelli d’Italia, mentre Lega e Forza Italia restano più stabili. Se la flessione dovesse proseguire, la certezza di prevalere con l’attuale legge elettorale non sarebbe più garantita. Tra i possibili “tagliati fuori” da un voto ravvicinato ci sarebbe anche Roberto Vannacci: il suo movimento, Futuro Nazionale, oggi non supererebbe il 3%.

Perché il 7 giugno è l’unica finestra possibile

La data avrebbe una logica tecnica oltre che politica. Un voto prima dell’estate consentirebbe di:

  • presentare il Def nei tempi utili
  • evitare la stagione della legge di bilancio, sempre fonte di tensioni interne
  • anticipare eventuali problemi legati alla procedura Ue per deficit eccessivo

Se l’Italia non riuscisse a riportare il deficit sotto il 3% del Pil, la prossima manovra sarebbe strettissima e mancherebbero anche le risorse per gli impegni sulla difesa richiesti dagli Stati Uniti.

Il rischio di un salto nel buio

L’azzardo, però, è evidente. Dopo aver rivendicato la solidità del governo e la volontà di arrivare al 2027, un ribaltamento improvviso potrebbe essere percepito dagli elettori come un tradimento. E la premier ne è consapevole. Il clima a Palazzo Chigi, dopo la sconfitta referendaria, è quello di una resistenza complicata. Il sondaggio di Nando Pagnoncelli pubblicato dal Corriere della Sera fotografa una maggioranza in difficoltà:

  • FdI scende al 26,7%
  • la Lega resta al 6,3%
  • Forza Italia sale al 9,5%

Le opposizioni, invece, avanzano:

  • Pd al 22%
  • M5s al 14,2%

Sul fronte del gradimento personale, Giuseppe Conte supera Antonio Tajani, mentre Elly Schlein cresce e Matteo Salvini arretra. Anche la premier perde terreno, scendendo dal 44 al 40% di fiducia.

Lo “Stabilicum” e la simulazione che preoccupa la maggioranza

La proiezione dei seggi basata sulla proposta di legge elettorale in discussione – lo Stabilicum – non rassicura affatto. Secondo la simulazione del Corriere, il centrodestra otterrebbe il premio di maggioranza solo includendo nella coalizione Futuro Nazionale di Vannacci. Senza quell’apporto, la vittoria andrebbe a un ipotetico fronte progressista, con 227 seggi contro 149. Un quadro che alimenta la metafora usata dal sottosegretario Giovanbattista Fazzolari: la maggioranza rischia di diventare «una salsiccia lasciata troppo sulla brace».

Le tensioni interne e l’ipotesi rimpasto

La premier, secondo diversi retroscena, sarebbe delusa da una squadra di governo che ritiene poco all’altezza e da una classe dirigente che l’avrebbe lasciata sola. Una frustrazione emersa anche nella cena con Salvini e Tajani nella sua villa al Torrino.

A complicare tutto ci sono:

  • il prezzo del gasolio
  • l’inflazione che minaccia di ripartire
  • i vincoli di bilancio sempre più stretti
  • le critiche di Confindustria al dl Fisco

Per questo prende quota l’idea di un rimpasto chirurgico, non un Meloni‑bis formale ma una sostituzione mirata di alcuni ministri. Tra le ipotesi:

  • Adolfo Urso al Turismo
  • Luca Zaia al ministero delle Imprese e del Made in Italy
  • un tecnico alla Giustizia, come Rosario Valastro, o un affiancamento con figure come Annalisa Imparato

Un’operazione che permetterebbe alla premier di mantenere la promessa di restare a Chigi fino al 2027, cercando nel frattempo di invertire la rotta nei sondaggi.

La smentita

Intanto, il ministro Francesco Lollobrigida, interpellato domenica 29 marzo a margine del “Forum della Cucina italiana”, ha liquidato così l’ipotesi del voto anticipato: «Non mi risulta». Una frase che, in politica – oggi più che mai –, può voler dire tutto o niente.

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