Grosseto, luci spente alla storica libreria Palomar: «Ma nessun addio, è un arrivederci»
Massimo Mariotti e Monica Volpi lasciano lo storico fondo di piazza Dante: una casa sempre aperta e un palco per generazioni di autori e di lettori, tra cui Lucio Corsi
GROSSETO. Narra la leggenda di una cena tra amici. «Cosa manca a Grosseto?», chiede uno di loro. «Una libreria». È il 12 dicembre 1987 e quattro mesi più tardi il fondo in via Roma è già bello che pronto, forse il più bello e più grande della città, e a una manciata di ore dal taglio del nastro gli scaffali sono forniti e i due giovani titolari carichi di entusiasmo. C’è solo un problema: il nome dell’attività, che non si fa trovare. La risposta, come ogni altra, è scritta nelle stelle: Palomar, come il romanzo che Italo Calvino ha pubblicato da poco, dedicato al celebre osservatorio astronomico americano.
Inizia così il racconto di Massimo Marinotti e Monica Volpi, che oggi voltano l’ennesima pagina; ma non l’ultima. Il fondo di piazza Dante è ormai spoglio. A portar via le ultime cose non gli operai di una ditta di trasporti ma docenti e professori: amici, fra i tanti – tantissimi – incontrati negli anni o cresciuti (letteralmente, in qualche caso, come “i bimbi della Palomar”) tra quei divanetti e i volumi.
«Non è un addio – ribadiscono i due eterni ragazzi – È un arrivederci», perché la Palomar ha già viaggiato attraverso la città e la città attraverso la Palomar; al punto che è difficile distinguerle. Qui (dovunque sia qui: in via Roma, lungo il corso, in piazza o in qualunque luogo organizzino corsi, dibattiti, incontri, mostre, premi e vernissage) trovano un porto sicuro generazioni di lettori, autori affermati e in erba, personaggi amati ma anche controversi. Due sole regole: niente scrittori del posto, ma solo perché a promuoverli ci pensano altri (salvo eccezioni, specialmente negli ultimi anni), e niente partiti: «Politica sì, ma niente partiti».
Qui, in rigoroso ordine sparso, fra gli altri Aldo Giorgio Gargani, Antonino Caponnetto (“l’uomo più nascosto d’Italia” che riempì la Sala Eden), Pietro Barcellona, Amélie Nothomb, Marina Stepnova, Zachar Prilepin (presentato da Lucetta Negarville, traduttrice di Gorbaciov), Sigfrido Ranucci, Sandro Veronesi, Georgi Gospodinov, Sergio Rizzo, Franco Cardini, Laura Morante, Nino Haratischwili (in una delle sole quattro presentazione nel Belpaese), Stefano “Cocco” Cantini, Giulietto Chiesa, Marco Bellocchio, Marcello Veneziani, Laura Boldrini, Oliviero Tocsani e Pupi Avati. E Lucio Corsi, ultimo ma non ultimo.
Qui piovono più che meritati riconoscimenti a livello nazionale dai giornali e dalle riviste di settore più prestigiose, qui si sono toccati tutti i punti culturali dell’espressione più viva della realtà maremmana, sempre tendendo all’ideale di Bianciardi: la provincia come generatore di spinta propulsiva, missione impossibile. Qui all’ombra di Canapone, scorcio privilegiato sul capoluogo aperto nel 2019, entrando e uscendo dai palazzi del potere spirituale e temporale fior di personaggi sono passati davanti alla vetrina di Mariotti e Volpi; anche qui diletti o detestati o indifferenti nei loro confronti. Qui dove alla libreria si sceglie di affiancare il bancone del bar e i tavolini per favorire la socializzazione, dove ognuno è bene accetto a patto che sia sincero. Qui, qui finisce un’era.
«In 38 anni stare al passo è stata dura ma ci siamo riusciti», raccontano i due, eterni ragazzi – sì – ma oggi con qualche capello bianco in più; e confessano: «Si arriva a chiudere perché hanno vinto i centri commerciali, anche perché una moltitudine di cittadini ha disinvestito sul centro. Si chiude perché forse è il momento giusto; anche per riflettere sul futuro, il nostro e del settore». L’idea è quella di tornare, di non abbandonare il centro.
Il rito impone la domanda sul momento più bello e il più brutto: «L’inaugurazione da un lato e dall’altro il Covid, quando ci facevano stare aperti nel deserto della città», rispondono, tirando fuori dal cilindro il momento più “comico”: «Facciamo parte da una vita del premio Bancarella, giuria di sole librerie indipendenti; che una volta erano diecimila mentre nell’ultima lettera di convocazione... diciamo che mancava uno zero». E il più curioso: «Alessandro Antichi, sindaco, grande cliente e lettore forte, ci chiese di organizzare presentazioni di libri per il Comune. “Chiamate chi volete, basta che mi invitiate”, ci disse».
«Alla Palomar»
Scrive Marta Carfì, classe 1998, laureata in Storia dell’arte, voce cresciuta nell’associazione Grow, a sua volta cresciuta alla libreria; una de “i bimbi”.
«Questa chiusura non è soltanto la fine di una libreria (che già di per sé rappresenta un lutto, una perdita collettiva) ma la fine di un luogo unico, complesso e irripetibile. La Palomar non era una libreria come le altre, ma era uno spazio abitato dalle ambivalenze: libreria e bar, accogliente e spinosa, pubblica e privata, per molti casa, per altri enigma. Io appartengo chiaramente alla prima categoria: per me è stata una seconda casa, un rifugio, uno spazio libero. Ma so bene che non era un luogo adatto a tutti. E non perché fosse necessario appartenere a un’élite culturale o a una nicchia eletta – anzi, ho visto i più diversi “tipi umani” attraversare quella soglia e accomodarsi su quei divani. Ma dovevi essere disposto a scendere a patti con la sua stravaganza e con le imperfezioni del luogo e di chi l’ha fondata e amata. Dovevi essere disposto a superare le iniziali reciproche diffidenze. Rotti i primi argini, diveniva poi impossibile non lasciarsi travolgere dall’energia che vi circolava. Lì ho visto persone sole trovare famiglia, cuori infranti trovare consolazione, figli poco amati trovare genitori calorosi e ho visto le generazioni mescolarsi, le differenze sciogliersi in una comunità improbabile ma autentica. Un luogo che mi fa pensare a una miniera: bisognava calarsi dentro e scavare per scoprire i suoi tesori nascosti. Oggi, con le sue porte chiuse, mi sento al mondo un po’ più sola e un po’ più vecchia. Con la Palomar si chiude anche un’età della mia vita, e perdo con lei il baricentro della mia vita a Grosseto. Accanto a chi la saluta con indifferenza e a chi forse anche con un po’ di soddisfazione, c’è chi invece piange nel dover dire addio a un luogo tanto amato. Ma io non posso dirle addio. Non posso salutare per sempre Monica e Massimo, e la mia Palomar. Posso solo dirle – chiosa – “arrivederci”: perché in un modo o nell’altro, spero di poter tornare, ancora una volta, a casa.
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