Il Tirreno

Grosseto

AMARCORD

Paoletti 36 anni dopo, cento ex dipendenti a pranzo

Gabriele Baldanzi
Le dipendenti della Paoletti (foto Bf)
Le dipendenti della Paoletti (foto Bf)

Si sono ritrovate le "ragazze" che all'epoca contribuirono a rendere grande l'azienda tessile

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GROSSETO. Oltre cento ex dipendenti della Paoletti si sono ritrovati tre giorni fa al bagno Nettuno, a Marina di Grosseto. Una rimpatriata tra over, 36 anni dopo la chiusura dell’azienda. Ragazze dei reparti e impiegati degli uffici amministrativi che, di colpo, nell’autunno del 1983 persero il lavoro. Alcuni non si erano più visti, mai più incontrati.

Eppure quel filo che li legava, il rispetto reciproco e la riconoscenza per Angiolo Paoletti e Vienna Storai, per i figli Mauro e Mariella – cioè per i proprietari – non è mai venuto meno. Lo conferma Bianca Bernieri, dirigente del reparto di biancheria intima, uno dei volti più conosciuti della Imtap. La vicenda della chiusura della Paoletti, che era arrivata a contare 779 dipendenti, è uno dei capitoli più gloriosi (e dolorosi al tempo stesso) della storia recente di Grosseto.

Negli anni Sessanta e Settanta i corredi made in Maremma avevano conquistato una vasta fetta di mercato, soprattutto nel sud Italia. L’industria manifatture tessili Angiolo Paoletti spa (Imtap) era stata costituita nel 1968, con il trasferimento nella zona industriale alle porte di Castiglione, ma già dal dopoguerra la Paoletti, nel laboratorio di via Arno, in città, aveva iniziato a produrre coperte.

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Quella di Bianca Bernieri fu una delle prime assunzioni: «All’inizio eravamo solo in otto, nel seminterrato avevamo il magazzino. Ricordo tutto come fosse ieri. Non c’è giorno in cui nella mia testa, almeno per un minuto, non torni alla Paoletti, a quegli anni. A molte di noi è stato permesso di fare esperienze impensabili. Io, per esempio, ho conosciuto il mondo dell’alta moda, ho viaggiato, assistito a sfilate a Parigi, Milano, Firenze. Un periodo indimenticabile, così come mai ho dimenticato le mie ragazze, che oggi sono quasi tutte nonne».
Tra queste c’è Graziana Langiano. Tre nipoti, una delle quali, non a caso, è stata chiamata Bianca. Graziana è stata la promotrice dell’evento Paoletti a Marina di Grosseto. «Facebook e Whatsapp – racconta Graziana – ci hanno aiutato a ristabilire certi contatti. Abbiamo reincontrato amiche e colleghe che non vedevamo da una vita. C’è chi è arrivato da Roma, chi dalla provincia, chi dal Nord Italia. È stata una giornata di grandi emozioni, ricordi, sorrisi e qualche lacrima».

Per Il Tirreno, presente con il fotografo, l’occasione per rivangare la storia dell’azienda negli anni del boom economico. Da uno scantinato Angiolo Paoletti, già nel 1949, era passato a uno stabilimento con 250 donne a lavoro. L’oggetto sociale dell’Imtap, al momento della sua costituzione, consisteva nella produzione, confezione e vendita di articoli di biancheria, articoli per corredo, arredamento e abbigliamento. Il capitale sociale era stabilito inizialmente nella somma di cento milioni, rappresentato da 100mila azioni da mille lire ciascuna. Nel 1969 il primo aumento di capitale da 500 milioni, nel 1971 altri due miliardi. All’inizio del 1972 un ulteriore aumento di capitale di tre miliardi e ancora cinque miliardi nel 1975 e dieci miliardi nel settembre del 1980. Numeri che rendono bene l’idea di ciò che ha rappresentato la Paoletti.
 

Ida Storai, altra dirigente dell’azienda, ricorda che la Paoletti, oltre ai 779 dipendenti, contava una cinquantina di filiali con deposito merci, 89 agenzie, 214 rappresentanti e 1.500 ditte con cui faceva affari. Volumi mostruosi. Non c’era casa, in Maremma, dove non ci fosse almeno un corredo o un manufatto della Paoletti. Poi, negli anni Settanta, il business dell’azienda si ramificò in tutta la Penisola. Angiolo creò una rete di vendita capillare composta in massima parte da venditori esclusivisti, con il sistema del porta a porta, praticamente inventato da lui e poi applicato alle enciclopedie.

Ma le ragazze, a pranzo, tre giorni fa, non hanno parlato di questo. Hanno prevalso gli aneddoti, il quotidiano, le storie di vita che si sono intrecciate in via Arno e poi nel moderno modulo industriale di Castiglione della Pescaia. «È stato un bagno di emozioni, di umanità – conclude la Bernieri – non posso neanche descrivere quanto piacere mi abbia fatta riabbracciare le mie ragazze: Maria, Rita, Mila, Tiziana, Lia, Rossana, Graziella, Patrizia, Anna Paola, Laura e tutte le altre». —

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