Il Tirreno

Firenze

Il femminicidio

Funerali di Lorena Isceri a Squinzano: palloncini, rose e la madre stringe il suo orsacchiotto. Il prete: “L’amore non è possesso, l’altro non ci appartiene”

di Redazione Firenze

	Foto di Massimiliano Frigione gentilmente concesse dal Quotidiano di Puglia
Foto di Massimiliano Frigione gentilmente concesse dal Quotidiano di Puglia

Chiesa e sagrato gremiti, quaranta sindaci in fascia tricolore. Don Vanni Bisconti: “Prendiamo un pezzo di dolore di questa famiglia”. Stasera, 9 settembre, a Firenze il David si illumina per lei

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SQUINZANO (Lecce). Da bambina Lorena stringeva quell’orsacchiotto bianco. Oggi è Antonietta a stringere l’orsacchiotto di Lorena. Le braccia hanno scambiato il peso: allora la figlia teneva stretto il peluche, adesso la madre lo preme contro il petto davanti a una bara bianca. Franco, il padre, si china e la bacia. Sono le dieci del mattino a Squinzano e per qualche minuto davanti alla chiesa Maria Regina nessuno dice niente. Il feretro è appena arrivato da Firenze. Intorno ci sono i parenti, gli amici più stretti, un lungo telo rosso che delimita il passaggio della bara, un cuscino di fiori dello stesso colore. Rosso anche sui balconi, alle finestre, sui cancelli.

Il paese ha cominciato a prepararsi all’addio dalla vigilia. Via De Pietro, la strada dove Lorena è cresciuta, è diventata un corridoio di fiocchi, nastri, rose e palloncini rossi. Sui muri ci sono fotografie del suo sorriso. Di fronte alla chiesa gli amici hanno appeso uno striscione: «Lorena sei cresciuta con noi, ora cammini nella luce, ma resterai per sempre qui, dove sei amata. La tua via De Pietro». Per un po’ le porte della chiesa restano chiuse. La famiglia chiede soltanto tempo per stare da sola con lei.

Alle cinque del pomeriggio Maria Regina non contiene più nessuno. Le navate sono piene, il sagrato anche. Fuori un maxischermo rimanda la messa a chi non è riuscito a entrare. Ci sono una quarantina di sindaci con la fascia tricolore, amministratori, volontari, compagni di scuola, colleghi, vicini. In prima fila Franco e Antonietta, il fratello Danilo. Squinzano è in lutto cittadino. Il paese resta lì raccolto intorno a quella bara, senza bisogno di altre parole.

Lorena Isceri aveva 45 anni e viveva a Firenze. Sei giorni fa il suo nome è finito dentro una storia che ora conosce tutta Italia, insieme a quello di Federico Vella e a un viadotto dell’A1 nel Mugello. Qui nessuno ha bisogno che quella sequenza venga raccontata ancora. Basta il volto di Franco quando si piega sulla bara. Basta quell’orsacchiotto fra le braccia di Antonietta. Il resto resta fuori, oltre la porta.

Dentro, don Vanni Bisconti prova a dare una forma al silenzio. «La prima cosa che possiamo fare, e la stiamo facendo, è esserci. Siamo qui, siamo in tanti». Poi guarda verso la famiglia. «Vorremmo, se fosse possibile, prenderci un pezzo del dolore di questa famiglia. Vorremmo togliere almeno una parte di quella sofferenza a mamma, a papà, a suo fratello». Dice ancora: «Questo dolore non dovete portarlo tutto da soli. Possiamo piangere insieme. Possiamo pregare insieme». E aggiunge: «Essere comunità significa non avere sempre le parole giuste, ma non scappare davanti al dolore dell’altro».

Poi l’omelia cambia passo. «C’è una differenza abissale tra l’amore e il possesso, tra l’amore e il controllo, tra l’amore e la gelosia, tra l’amore e la pretesa». Don Vanni si rivolge soprattutto ai ragazzi: «Se una persona ti dice no, quel no va rispettato». E ancora: «La persona che amiamo non è proprietà nostra, non è un oggetto che possiamo possedere. Non è qualcuno che deve rimanere con noi semplicemente perché noi lo vogliamo». Chiama in causa adulti, genitori, scuola, Chiesa, comunicazione e chiede «quale idea dell’amore stiamo infondendo nei nostri ragazzi e nelle nostre ragazze».

Fuori c’è chi piange davanti alle fotografie e chi aspetta in silenzio. Fernando Tomasi, il professore di matematica delle medie, l’ha ricordata come una bambina «brava e umile», «tra le migliori in classe», scherzosa con i compagni e attenta. Eugenio Pasimeni, il cugino, negli ultimi tempi l’aveva vista «preoccupata, perplessa e turbata». Francesca Pasimeno, cugina e amica più cara, insiste su un punto: tutto era precipitato in fretta, nelle ultime settimane di agosto. «Non stiamo parlando di una persona che ha subito per mesi e per anni violenze», dice. Lorena, aggiunge, era una donna che pretendeva rispetto e sapeva dirlo.

È questa Lorena che gli amici vogliono riportare davanti alla bara: la ragazza di via De Pietro, gli anni di scuola, il lavoro conquistato lontano dal Salento, le amicizie tenute strette. Nei manifesti qualcuno la ricorda come generosa, dedita al lavoro, appassionata dell’amicizia e dell’amore. A Firenze, nello stesso momento, la città si ferma per un minuto sull’Arengario di Palazzo Vecchio e suonano le campane del Duomo. In serata le porte storiche, la loggia del Museo Novecento e il David al piazzale Michelangelo si accenderanno di rosso.

Alla fine don Vanni torna a lei. «Quando una persona è giovane, quando ha ancora davanti a sé tanti progetti, tante possibilità, la morte ci sembra ancora più assurda». Poi si rivolge direttamente a Lorena: «Non sei passata nel nulla, non sei scomparsa, non diventerai semplicemente un ricordo». E ancora: «La violenza può aver spezzato la tua vita terrena, ma non può avere l’ultima parola sulla tua vita». La accompagna, dice, «ai cancelli del Paradiso». Don Vanni parla di progetti rimasti aperti, di possibilità interrotte, poi pronuncia il suo nome rivolgendosi direttamente alla bara. Fuori, sul muro di fronte alla chiesa, lo striscione di via De Pietro resta fermo: «Sei cresciuta con noi». Stamattina Antonietta stringeva l’orsacchiotto che Lorena stringeva da bambina. Adesso, davanti a quella frase, è rimasto il paese a stringere lei.

Poi la messa finisce. Franco si avvicina ancora al feretro. Sulla bara c’è la fotografia di Lorena. La bacia, la prende fra le mani e la solleva verso le navate, mostrandola alle centinaia di persone dentro la chiesa. Parte un applauso forte che accompagna quella fotografia e poi la bara fino alla porta.

Il feretro bianco esce da Maria Regina e l’applauso continua sul sagrato. Franco, Antonietta e Danilo camminano accanto a Lorena fino al carro funebre. Gli amici liberano in cielo palloncini bianchi e rossi. Franco si china ancora, abbraccia e bacia la bara. Antonietta prende l’orsacchiotto che aveva tenuto con sé per tutta la giornata e lo posa sul feretro. Era stato regalato a Lorena quando era bambina. Nel giorno dell’addio sua madre glielo restituisce.

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