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L’inchiesta

’Ndrangheta, il boss italo-americano chiama in causa Rocco Commisso: “Ha dato un milione ai clan”

di Redazione Firenze

	Rocco Commisso
Rocco Commisso

In un bar di Siderno il boss parla di un milione alla cosca, ma è l’unico a dirlo e non ci sono riscontri: la Fiorentina smentisce e annuncia azioni legali

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FIRENZE. Il nome di Rocco Commisso compare in un’informativa del Ros dei carabinieri, lunga 52 pagine e depositata il 2 marzo alla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, nell’ambito di un’indagine sui rapporti tra ’ndrangheta, Nord America e flussi finanziari internazionali. Non è una contestazione formale, ma il contenuto di intercettazioni acquisite agli atti come elementi investigativi.

La conversazione intercettata

Nell’informativa si legge che vi sarebbe stato «un sostegno economico assicurato alle cosche di Marina di Gioiosa Ionica» da parte dell’imprenditore. Il riferimento nasce da una conversazione intercettata in un bar di Siderno il 14 luglio 2025. A parlare è Frank Albanese, ritenuto figura di raccordo tra la cosca e gli ambienti italo-americani. Con lui, seduti allo stesso tavolo, ci sono due soggetti indicati dagli investigatori come appartenenti al clan Commisso di Siderno.

Durante il dialogo, Albanese afferma: «Rocco Commisso ha lasciato un milione di euro all’associazione, non a Siderno ma a Marina di Gioiosa Ionica». In un altro passaggio, gli interlocutori fanno riferimento a una cifra che potrebbe arrivare fino a due milioni. Negli atti viene però precisato che è lo stesso Albanese l’unico a riferire del presunto finanziamento, senza che gli altri presenti forniscano conferme esplicite.

La conversazione viene trascritta e inserita nel fascicolo dell’Operazione Risiko, che ha portato a sette arresti tra Italia e Stati Uniti, in coordinamento con l’Fbi. L’indagine punta a ricostruire l’articolazione della cosiddetta “Società di Siderno”, una delle principali proiezioni della ’ndrangheta all’estero, con ramificazioni tra Canada e Stati Uniti.

Le intercettazioni toccano anche altri temi: il patrimonio attribuito all’imprenditore, i rapporti con l’ex dirigente viola Joe Barone, gli investimenti nel centro sportivo della Acf Fiorentina, fino a riferimenti alle condizioni di salute. Elementi che contribuiscono a delineare il contesto della conversazione ma che, allo stato, restano privi di riscontri documentali.

Gli investigatori sottolineano inoltre un punto ritenuto dirimente: l’omonimia tra il cognome Commisso dell’imprenditore e quello della famiglia di ’ndrangheta non implica alcun legame di parentela. Una precisazione che circoscrive il perimetro dell’informativa e distingue tra coincidenze anagrafiche e responsabilità penali.

La posizione di Commisso

Allo stato, la posizione di Commisso resta esterna all’indagine. Non risultano iscrizioni nel registro degli indagati né contestazioni a suo carico. Il suo nome emerge esclusivamente nelle parole di un soggetto intercettato, circostanza che, nella prassi giudiziaria, richiede verifiche e riscontri autonomi per assumere rilevanza probatoria.

La reazione della Acf Fiorentina e della famiglia è immediata. Il presidente Giuseppe Commisso respinge le ricostruzioni definendole «false, diffamatorie e prive di fondamento», richiamando il profilo pubblico e l’attività filantropica dell’ex patron.

L’inchiesta

L’inchiesta prosegue lungo il doppio binario tracciato dalla Dda: da un lato la mappatura delle relazioni tra cosche calabresi e comunità italo-americane, dall’altro la verifica dei flussi finanziari e delle eventuali connessioni economiche. Ima mancano i riscontri oltre le intercettazioni: le dichiarazioni captate indicano una possibile direzione, ma dovranno essere confermate o smentite dagli sviluppi investigativi.

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