Firenze, dal Duomo la promessa viola della famiglia Commisso: «Sotto la nostra guida costruiremo la Fiorentina»
Davanti a duemila persone l’annuncio che fuga voci e dubbi sulla possibile cessione. La moglie Catherine: «Porteremo avanti il sogno di Rocco». Il figlio Joseph: «Giuramento che facciamo a mio babbo»
FIRENZE. Nel Duomo di Firenze, sotto la cupola che tiene insieme la città e la sua memoria, la Fiorentina ha ascoltato parole che non sanno di resa ma di continuità. La messa in suffragio per Rocco Commisso non è stata soltanto un commiato religioso: è diventata un passaggio politico, sportivo e simbolico. Catherine Commisso e il figlio Joseph scelgono Santa Maria del Fiore per dire che la storia non finisce qui. «Porteremo avanti ciò che abbiamo costruito insieme», dice lei. «Sotto la nostra guida continueremo a costruire la Fiorentina, è una promessa che faccio al babbo», scandisce lui, con tono fermo, quasi programmatico.
Duemila persone in cattedrale, la squadra di Paolo Vanoli al completo schierata nei primi banchi, in giacca scura e lupetto viola, con capitan De Gea accanto ai compagni e lo sguardo alto. Poco più in là Pietro Comuzzo, che di Commisso dice di aver sentito la presenza come quella di un secondo padre. In prima fila anche l’ex allenatore Beppe Iachini, testimone di un altro tratto di questa presidenza, insieme ai dirigenti e agli uomini del club come Alessandro Ferrari. Tra le autorità, la sindaca Sara Funaro, il presidente Eugenio Giani, il ministro Andrea Abodi, i vertici del calcio italiano. Firenze si ritrova raccolta come in una domenica antica, ma il messaggio che arriva dall’altare è tutto proiettato in avanti.
Nella navata laterale, dentro una teca trasparente, una maglia viola con il numero 5. È quello che Rocco Commisso indossava da ragazzo, quando giocava a calcio anche prima di emigrare in America. Un dettaglio silenzioso e potentissimo, messo lì a dire che la biografia dell’uomo e quella del presidente si tengono insieme fino alla fine, che la Fiorentina non è stata solo un investimento ma un ritorno alle origini. Nessun accenno alla dismissione, nessun passo indietro: al contrario, la famiglia Commisso usa il linguaggio delle promesse e della responsabilità. «La Fiorentina verrà sempre al primo posto», dice Joseph Commisso, ricordando che suo padre avrebbe voluto «una città di nuovo orgogliosa della maglia». Catherine parla di un uomo «diretto, determinato, capace di voler bene agli altri prima che a sé stesso», di un marito che la amava e amava la musica, la fisarmonica, il pianoforte, e che a Firenze aveva scelto di restituire ciò che la vita gli aveva concesso.
C’è commozione, ma anche un preciso disegno narrativo: Rocco come uomo che parte dall’Italia bambino, costruisce Mediacom negli Stati Uniti e torna a Firenze per restituire qualcosa al calcio e alla sua terra. Un imprenditore che non amava i titoli, che si faceva chiamare per nome, che ha voluto una casa per la Fiorentina, il Viola Park, ora ribattezzato col suo nome. «Pronunciare il suo nome è un modo per tenerlo vicino»,spiega il figlio, legando memoria e futuro nello stesso gesto. L’omelia del cardinale Betori cuce insieme lavoro, famiglia e sport come forme diverse di servizio.
Ma il momento più politico arriva con Catherine: «Continueremo con la stessa determinazione e lo stesso amore». È lì che le voci sulla possibile cessione del club si dissolvono nel silenzio delle navate. Non una smentita tecnica, ma qualcosa di più efficace: un giuramento pubblico, davanti alla città e ai tifosi. Joseph parla con uno stile diretto, in americano, ricordando il padre al Franchi, in piedi sul campo, a guardare la curva: «Vi voglio bene».
Raccontato delle finali raggiunte, della Fiorentina tornata sui palcoscenici che contano, di un presidente che viveva le partite «come uno di voi, col cuore in mano». E poi la frase che attraversa il Duomo come uno slogan e fa sussultare i tifosi: Rocco «made Fiorentina to dream again» e ora «Firenze può tornare a sognare». Non come nostalgia, ma come progetto.
Attorno, la geografia del calcio italiano: Gravina, De Siervo, Marani, ex viola come Frey e Pasqual. Ma il centro della scena è altrove, nella costruzione di una linea di successione che non passa per un atto notarile ma per una liturgia pubblica. La Fiorentina resta una questione di famiglia, nel senso più letterale e più politico del termine. Alla fine, Joseph stringe mani, raccoglie applausi, e chide con un «Forza viola» che non ha nulla di rituale. È un saluto e insieme un programma. Da Santa Maria del Fiore esce una proprietà che non arretra, una città che si riconosce nel lutto e una squadra che eredita un compito: trasformare il ricordo in campo e il campo in futuro. Firenze, per una sera, non ha solo pianto il suo presidente. Ha ascoltato la promessa di chi dice di voler restare.
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