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Altura vigneto, da una storia di rinascita, i vini dell’Isola del Giglio

Altura vigneto, da una storia di rinascita, i vini dell’Isola del Giglio

La famiglia carfagna ha ripreso in mano una tradizione millenaria

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Non è solo una storia di vini quella scritta da un “ immigrato innamorato” sull’isola del Giglio con la moglie Gabriella e i figli Mattia e Irene. Mattia dopo aver dato il suo contributo nei primi anni, si è da tempo trasferito in Francia, nelle vicinanze di Clermont-Ferrand.

Lì fa il vignaiolo e conduce “Les Roussilles”, la sua azienda vitivinicola in Auvergne.Irene, dopo il liceo e varie esperianze di lavoro sia all’estero che in Italia,ha ormai da molti anni scelto di dedicarsi completamente all’attività Isolana. Gabriella dà il suo supporto e il suo aiuto a tutta la famiglia. Ecco chi sono i vignaioli che con l’azienda Altura Vigneto hanno fatto rinascere questo tassello dell’arcipelago toscano.

“Un’isola di vino da millenni ma in cui, quando siamo arrivati verso la fine del secondo millennio, la viticoltura stava andando in estinzione, e nessuno voleva cominciare insieme a noi. Quindi presi l’iniziativa da solo -spiega Francesco Carfagna-, allora non era ovvio e nemmeno di moda fare una scelta di questo tipo, ma è stata un’avventura e un segno di grandissima rinascita”.

Il lavoro scaturito da questa scelta nasce dall’abbracciare un ideale di vita sull’isola, e VIVERCI!!! Dal 1999 la famiglia recupera ettari abbandonati contrastando la desertificazione emotiva, la monocultura del mercato e del profitto immediato. Il rigetto di queste linee guida del consumismo contemporaneo ha dato così vita a chilometri di muri a secco, biodiversità e varietà antiche che definiscono questa viticoltura eroica e manuale.

Un sapore antico

“I vini,per una scelta nostra, sono molto tradizionali, fatti all’antica, e quindi hanno un sentore diverso dai vini cosiddetti moderni, che nel bene e nel male sono tutti un po’ “lucidati”. Qui invece ci sono tratti molto decisi e si sente l’uva molto forte”. Così il vignaiolo descrive il carattere di una produzione che parla in modo inequivocabile del territorio di riferimento. L’Ansonaco è il vitigno principe, radicato in terreni sabbiosi e tra rocce millenarie, forgiato dal sole e dal vento in un territorio unico e, per certi versi, terribile.
“Il vino principale che produciamo, quello più conosciuto per l’Isola del Giglio, è l’Ansonaco – racconta Irene Carfagna –. Questo bianco dorato di grande struttura è sempre stato prodotto sull’isola, ma è un vino bizzarro per l’origine del suo vigneto. È infatti una varietà che si trova anche in Sicilia oltre che al Giglio, ma non è presente in tutte le isole situate tra qui e la Sicilia”.

Il mistero su come l’uva ansonica sia ‘atterrata’ sull’Isola del Giglio rimane, ma ciò che è certo è che il suo impatto sulla cultura enologica italiana ed europea si è fatto sentire. “L’Isola del Giglio è presente in una ‘Storia naturale dei vini’ – spiega Francesco Carfagna – nel 1595 Andrea Bacci, medico del Papa e filosofo naturale, scrisse una storia dei vini dove parlava di tutti i vini d’Italia e d’Europa. In questo testo il Giglio veniva nominato: poche righe, ma che fanno capire l’importanza di questa viticoltura, con un’isola che produce ‘un bianco di splendido colore dorato’. Questo veniva detto 450 anni fa”. Un dettaglio storico, quella appena raccontato, che dà un’idea di come Altura Vigneto non sia un mero produttore di vini, ma l’alfiere di una tradizione antichissima e salvata proprio dalla famiglia Carfagna.

L’ospitalità in vigna tra silenzio e condivisione

L’approccio di Altura Vigneto alla terra è un esercizio di osservazione costante: “Quando si pratica agricoltura in questo modo è un esperimento infinito” spiega Irene Carfagna, sottolineando il fascino dell’immutabile divenire della natura. Questa filosofia si riflette in un’accoglienza che, pur evolvendosi, mantiene il calore di un tempo.

Se un tempo l’afflusso era composto da estimatori già consapevoli, oggi cresce l’interesse generale per la visita diretta ai filari.

La degustazione inizia nella cantina di affinamento a Castello, dove si accolgono gli ospiti come si faceva un tempo, invitandoli semplicemente a bere un bicchiere in compagnia. Il cuore dell’esperienza si sposta poi nelle vigne del profondo sud dell’isola, raggiungibili con passeggiate suggestive al tramonto. In questo lembo di terra, dove il telefono non ha segnale e internet scompare, il visitatore trova una pausa dalle frenesie moderne tra il mare, le stelle e il silenzio.

Ma Altura non è una realtà isolata: è parte di una fitta rete internazionale di vignaioli che condividono la stessa missione di salvaguardia del territorio. “In un contesto solitario è importante sapere che ci sono persone nel mondo che fanno la nostra stessa cosa” aggiunge Irene, ricordando anche il legame con le arti e gli eventi musicali che trasformano la vigna in uno spazio di cultura e resistenza umana.

Francesco Carfagna premiato come vignaiolo dell’anno 2026

L’avventura di Altura all’Isola del Giglio nasce da una motivazione ideale, lontana da ogni calcolo, mossa dalla volontà di invertire la rotta dell’abbandono delle colture. Francesco Carfagna ha creduto nel recupero dei vigneti terrazzati quando termini come ‘eroico’ o ‘autoctono’ erano motivo di scherno. In ventisette anni di lavoro, la sua visione ha ottenuto prestigiosi riconoscimenti: nel 2008 il premio come “Benemerito della Viticoltura Italiana” al Vinitaly e, nel 2026, l’elezione a “Vignaiolo dell’anno” per il Gambero Rosso. “Siamo stati i primi e per dieci anni gli unici” spiega Carfagna, orgoglioso di un percorso che ha portato l’Ansonaco ai vertici internazionali. Questo “Oscar alla carriera” premia la passione di chi ha saputo far rinascere la terra tra i muretti a secco, trasformando la sfida al degrado in un’affermazione di eccellenza e identità territoriale.

Vendemmia 2025: Torna la pioggia e il vino eccelle

Dopo un lungo ciclo di siccità che ha messo a dura prova la viticoltura eroica dell’isola, la vendemmia 2025 segna un punto di svolta grazie al ritorno della pioggia. “Finalmente abbiamo avuto l’acqua, dopo tanti anni” commentano i Carfagna, sottolineando come le precipitazioni abbiano donato nuovo vigore alle piante. Nonostante una resa quantitativa variabile tra i diversi appezzamenti, il bilancio qualitativo è estremamente positivo: il vino si prospetta già eccellente.

La viticoltura “selvatica” di Altura

Sdirovamento ed estirpazione di arbusti infestanti, ricostruzione di chilometri di muri a secco e canalizzazioni delle acque, e poi la lavorazione del terreno. Quando si beve un vino di Altura è bene sapere quanto ardua, difficile, completamente manuale, e in una parola ‘eroica’ sia questa tipologia di viticoltura, che qui va di pari passo con una cultura dell’agricoltura ‘selvatica’, ovvero “quella che facevano i popoli primitivi, senza fare grandi lavorazioni. Il terreno è vivente e più lo si sfracella con arature profonde e concimi chimici, più si impoverisce” spiega Francesco Carfagna. La figlia Irene racconta poi come questa, “oltre che una scelta di pratica agricola, è anche una forma di rispetto verso la natura, per non cercare di migliorarla, ma di intervenire senza stravolgerla. Detto ciò, le piante sono più resistenti quando sono lasciate più libere”, e non è una cosa da poco in un contesto fatto di enormi rocce, siccità, vento e sole molto forti in tutte le stagioni, salsedine e terreno sabbioso. “La parola chiave è libertà: lasciare libertà alle piante di crescere dove il loro spirito le porta, non costringerle a crescere dove vogliamo.”
Questo cambia la modalità di produzione della pianta: se ne produce meno, ma ha un frutto più saporito ed è uva sana. Il vino che ne deriva è ricco di profumi e vivacità di colore e di sentori, con un sapore più intenso”.

Altura vigneto

Località Mulinaccio, 58012 Giglio Castello - isola del giglio (Gr) - Tel. 0564 806041 - altura@arcobalena.net - alturavigneto.it

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