Un Pontedera in versione Mondiale, quando i granata batterono l’Italia
Il mister racconta segreti e aneddoti di quell’annata super: «Sacchi? Ci fece i complimenti, poi però non fu carino»
PONTEDERA. Per lui il calcio rappresenta da sempre il piacere della ricerca di qualcosa di nuovo. Il suo credo sta nell’alchimia di un gioco aggressivo, dominante e piacevole.
Un mix che – se riesce – è straordinariamente devastante. Per informazioni rivolgersi a chi ha visto giocare il Pontedera nella stagione 1993-1994. Quando mister D’Arrigo ha plasmato la squadra perfetta. Più forte addirittura della Nazionale italiana. Una stagione magica, terminata con la promozione in C1 e scolpita nel tempo da quel successo del 6 aprile 1994 a Coverciano che sarà ricordato oggi allo stadio Mannucci, dove saranno presenti i protagonisti di quell'impresa. Compreso lui. Il mister. Francesco D’Arrigo. I suoi ragazzi chiusero il girone B di Serie C2 al secondo posto, sconfitti solo due volte in campionato: 66 punti totalizzati in stagione, con 57 gol fatti (miglior attacco del campionato) e 23 reti subite, seconda miglior difesa dietro al Gualdo, che vinse il campionato con due punti di vantaggio sui D’Arrigo Boys del ds Bruno Gianfaldoni. In quella stagione il Pontedera conobbe la prima sconfitta solo alla 27esima giornata, quando perse 2-1 in casa del Baracca Lugo.
Mister, torniamo a quella stagione da favola. Come è nata l'idea di questa amichevole?
«Fu Sacchi a chiedere di giocare contro di noi perché alla seconda partita del girone di Usa 1994 l’Italia avrebbe affrontato la Norvegia. Gli scandinavi giocavano con la difesa alta e facevano il pressing. Noi giocavamo in quel modo e probabilmente il grande campionato che stavamo disputando fece intravedere in Sacchi la possibilità di un test probante».
Gira voce che al termine di quel 2-1 sull’Italia lei disse che il suo Pontedera non le era piaciuto nel finale di gara. È vero?
«La squadra mi dava sempre soddisfazione quando giocava, figuriamoci dopo aver vinto con la Nazionale. Dovevo tenere alta l’attenzione sul campionato visto che pochi giorni dopo giocavamo una gara importante a Montevarchi. Eravamo forti ma avevamo anche sedici giocatori contati e contro la Nazionale c’erano assenze importanti. Sacchi nel secondo tempo mi chiese di fare qualche rotazione ma non avevo la possibilità di farle. Tanto che in panchina portai un giovanissimo Ardito».
Un ricordo particolare di quel giorno?
«La partita non finiva più e questo ci ha fatto chiudere l’incontro davvero esausti. Fu un pomeriggio infinito. Dovevamo giocare alle 14,30 e noi eravamo lì, la Nazionale invece si presentò con un ora di ritardo. Collina recuperò ben sette minuti. Però la fatica è stata ripagata da una soddisfazione enorme».
Ripagata anche dall'attesa dei tifosi al vostro ritorno?
«C’era tutta Pontedera ad attenderci. Si creò un clima magico con il pubblico. Sia la domenica allo stadio che agli allenamenti, dove venivano a seguirci sempre un sacco di persone».
Cosa le disse Sacchi quel giorno?
«Sacchi a fine partita entrò negli spogliatoi e ci fece i complimenti. Qualche anno dopo l’ho rivisto a Coverciano ma non abbiamo più parlato di quella partita, con Baggio invece l’abbiamo ricordata spesso. Ho letto che Sacchi qualche anno dopo disse che una volta aveva perso con una squadra di C2 di cui non ricordava il nome. Non fu una cosa tanto carina da leggere».
Secondo lei la stampa nazionale ha enfatizzato troppo quella giornata?
«La stampa ha esaltato noi ma ha trovato anche il pretesto per criticare Sacchi. Il suo calcio non piaceva a molti, soprattutto a chi vedeva in lui un allenatore che metteva gli schemi e le idee di gioco davanti alla qualità dei singoli».
Lei ha sempre cercato di non ingabbiare la fantasia. «Io davo massima libertà. Gli schemi e il lavoro dell’allenatore sono importanti, ma il calcio è di chi lo gioca perché in campo non puoi prevedere nulla. L’importante è che l’allenatore riesca interagire bene con i giocatori».
Facciamo un gioco. Che ruolo si ritaglierebbe, secondo lei, il suo Pontedera nel calcio moderno?
«Non lo so, è difficile fare paragoni, il calcio è davvero cambiato. Posso dire però che all’epoca ho avuto subito la percezione che potevamo fare un campionato importante, fin dall’estate. Venivo dalla Sestese e mi sono portato dietro tutta la difesa. Conoscevano già i miei schemi. Poi andammo a prendere Aglietti alla Rondinella. Alfredo non era ancora quello che poi ha fatto una carriera di alto livello, a cominciare da quella stagione. Dissi al presidente Barachini che con due giocatori la squadra era in grado di lottare per la promozione. Prendemmo Moschetti che era un trequartista ma riuscii poi a metterlo a centrocampo con Pane e Matteo Rossi, che praticamente era un attaccante, ma con seppe adattarsi a fare fare la mezz’ala. Per ultimo abbiamo preso Cecchini, che ero quello che ci mancava la davanti».
Qual era il segreto di quella squadra da urlo?
«Giocavamo a memoria anche perché giocavano sempre gli stessi. Il collettivo è stato il nostro punto di forza».
Il collettivo. Un grande collettivo. Che in quella stagione andò oltre lo spogliatoio. Perché il Pontedera di D’Arrigo diventò subito il Pontedera dei pontederesi.
«È stata un’annata magica. Oltre ai risultati, siamo riusciti a proporre un calcio all’epoca innovativo e studiato anche da colleghi più “famosi” di me. Credo che quel Pontedera resti un vanto per la città».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
