Roberto Crudeli «Ho vinto tanto ma niente è come il bronzo olimpico»
Segnò il gol decisivo nell’unica esperienza a 5 cerchi dell’hockey su pista
VIAREGGIO. Alle Olimpiadi l’hockey su pista ha ballato una sola estate: quella del 1992 in Spagna o per meglio dire in Catalogna, a Barcellona. L’hockey su pista viene invitato dal comitato organizzatore come sport dimostrativo. Si disse al tempo per un atto di deferenza nei confronti di Juan Antonio Samaranch, presidente del Comitato Olimpico Internazionale che in gioventù aveva praticato l’hockey su pista.
L’Italia torna da quella esperienza con una medaglia di bronzo arrivata dopo avere sconfitto nella “finalina” il Portogallo per 3-2. A segnare il gol che decide il match è Roberto Crudeli (in squadra anche il viareggino Alessandro Cupisti), fortemarmino, uno dei più forti giocatori italiani e non solo di tutti i tempi, un’icona di questo sport rimasto in pista fino a 55 anni dopo avere vestito in carriera le maglie di Forte dei Marmi, Vercelli, Novara, Lodi, Bassano e Prato, oltre a quelle del Barcelos e del Reus Deportivo. E naturalmente quella della Nazionale, della quale è stato uno dei cardini per un decennio, vincendo due mondiali ed un europeo.
Trofei che però, come lo stesso Crudeli ha dichiarato anche recentemente non valgono quel bronzo olimpico.
«L’Olimpiade è una cosa particolare e quella medaglia per me è come un figlio. Un obiettivo che rappresenta un traguardo molto importante anche se magari quando siamo partiti speravamo in qualcosa di più. Ci tenevo a tornare a casa con una medaglia per mio figlio nato poco tempo prima. E proprio in quel tiro che ha deciso la partita ho scaricato tutta la mia rabbia e la voglia di uscire vittorioso da quella partita». Una conclusione anomala per il repertorio del difensore versiliese. «Sì, perché invece di tirare con il piatto ho colpito la pallina con il rovescio incrociato. È andata bene e ci siamo tolti una bella soddisfazione anche se non tutti l’hanno apprezzata».
L’Italia infatti era partita nel novero delle favorite. Gli azzurri vengono inseriti nel gruppo A che vincono (imbattuti) davanti a Portogallo ed Argentina che guadagnano l’accesso al girone di semifinale assieme a Spagna, Brasile ed Olanda che fanno parte dell’altro girone eliminatorio. In questo secondo girone (si gioca a Reus) l’Italia è solo quarta dopo avere perso con Portogallo, Argentina e Spagna. Queste ultime due si giocano il titolo, mentre l’Italia va in caccia del bronzo proprio contro i lusitani del grande Victor Hugo. E per Roberto quel bronzo rappresenta un tesoro inestimabile. «Vincere una medaglia di qualsiasi metallo ad un’Olimpiade è una cosa che va al di sopra delle vittorie che un atleta può conquistare in carriera. Ci sono ragazzi che lavorano tanto per quattro anni e magari non ce la fanno. E invece alla nostra squadra era riuscito».
Una medaglia voluta dallo zoccolo duro della squadra composta da tanti campioni come Marzella, Bernardini, Mariotti dal povero Dal Lago, tanto per citarne qualcuno e guidata dal un sergente di ferro come Giovanbattista Massari, una specie di Helenio Herrera dell’hockey. «Eravamo la squadra più forte e avremmo potuto vincere il titolo. Ma al di là di quello che era successo, dovevamo portare a casa quel bronzo anche perché sapevamo che quell’occasione probabilmente non si sarebbe più presentata. Tutti l’hanno capito ed è arrivato il successo ottenuto in rimonta».
Una medaglia che ripaga dei sacrifici fatti negli allenamenti. «A volte vedo premiazioni dove chi è arrivato secondo o terzo si toglie la medaglia. Faccio veramente fatica a capire quel tipo di atteggiamento, perché una medaglia è sempre una vittoria». Un’esperienza indimenticabile, anche se con un piccolo rammarico che non c’entra niente con il risultato ottenuto in pista. «Dovevamo giocare a Vic il giorno dopo la sfilata, e quindi il nostro allenatore, che su certe cose era rigido ci disse che non avremmo partecipato alla cerimonia inaugurale. Peccato perché sono cose che quasi sempre capitano una volta nella vita. Comunque durante i Giochi ho avuto modo di conoscere tanti campioni come il cestista Charles Barkley, che mi regalò una maglia autografata, poi Yuri Chechi ed ho pranzato a fianco di Carl Lewis. Esperienze che non puoi dimenticare».
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