Nappita, una vita nel calcio fra Juventus e Nazionale
Il 15 agosto di 10 anni fa la scomparsa del grande difensore viareggino Dalle memorabili sfide a fianco di Boniperti alle battute con l’avvocato Agnelli
VIAREGGIO. Dieci anni fa, nel giorno di Ferragosto, se ne andava Alberto Bertuccelli. In punta di piedi, come era nel suo stile, di fronte al mare di Viareggio, la sua Viareggio per la quale aveva sempre una parola di ammirazione. Una Viareggio però sempre avara nel ricordare i suoi campioni che l’hanno illustrata in giro per il mondo. Proprio come Alberto Bertuccelli, semplicemente Nappita per tutti i viareggini doc, alcuni dei quali avranno ancora la famosa foto con dedica che immortala il giocatore in una plastica rovesciata con la maglia della Nazionale e che Alberto aveva regalato ai suoi amici al ritorno da una partita con gli azzurri.
“Nappita” nasce a Viareggio nel gennaio del 1924 in una famiglia nella quale il bisogno non manca di certo dopo che il padre Alessandro, calafato, muore ancora giovane per un attacco di malaria. E così a tirare la avanti la baracca ci pensa mamma Anita che va a lavorare come bagnina. Alberto ha una grande passione per il calcio e dopo l’esordio in serie C nel 1945 con il Viareggio guidato da Aldo Olivieri passa alla Lucchese voluto proprio dallo stesso Olivieri, il “Gatto Magico” campione del mondo 1938 che guida i rossoneri alla vittoria nel campionato di serie B. Bertuccelli rimane con la Lucchese nella massima serie facendo l’esordio in serie A nel settembre del 1947 contro il Genoa. Tanto è disponibile nella vita di tutti i giorni nell’aiutare il prossimo ogni volta che torna a Viareggio, quanto si trasforma letteralmente quando scende in campo dove lascia poca gloria a chi incrocia dalle sue parti. Grinta da vendere abbinata a scatto bruciante e ad una buona tecnica lo mettono in mostra come uno dei migliori terzini destri del campionato. Un difensore che va in controtendenza con i tempi: Alberto infatti non si limita solo a difendere, a lui piace anche proporsi nella metà campo avversaria, solcando la fascia di competenza fino ad arrivare alla linea di fondo dalla quale far partire invitanti cross per gli attaccanti amici. Insomma è lui il “papà” di tutti i terzini fluidificanti, anche se non se ne vantava più di tanto. Un ruolo ripreso negli anni sessanta da Giacinto Facchetti e diventato un cult con l’esplosione di campioni come Paul Breitner, Ruud Krol ed Antonio Cabrini.
Grazie alle sue prestazioni Alberto guadagna la maglia della Nazionale (sei le presenze complessive) con la quale disputa la prima gara (contro l’Austria) nel maggio del 1949 pochi giorni dopo la tragedia di Superga che ha fatto volare nella leggenda il Torino. E proprio la società granata per la ricostruzione punta decisamente sul grintoso terzino viareggino, uno decisamente da “Toro”, ma nella trattativa con la Lucchese si inserisce la Juventus che la spunta sui cugini e così Bertuccelli passa in bianconero, a fianco di Boniperti, Hansen, Parola e compagnia bella, per sostituire l’ormai anziano Pierone Rava. Un mostro sacro che però Alberto riesce subito a far dimenticare. Viola, Bertuccelli, Manente… diventa una filastrocca da mandare a memoria per i calciofili degli anni cinquanta del secolo scorso. Una specie di preghiera pagana così come anni dopo diverrà Sarti, Burgnich, Facchetti… e poi Zoff, Gentile, Cabrini….
“Nappita” gioca per cinque stagioni nella Juventus collezionando 144 presenze e due reti contribuendo alla vittoria degli scudetti nelle stagioni 1949/1950 e 1951/1952 mancando l’appuntamento (senza troppi rimpianti) con i mondiali del 1950 in Brasile per una banale… appendicite.
Nell’estate del 1954 viene ceduto alla Roma ma nella capitale Alberto non riesce a legare con l’ambiente ed in pratica a 31 anni chiude la carriera ad alto livello, raccogliendo molto meno di quanto avrebbe meritato, uscendo anche definitivamente dal mondo di un calcio nel quale cominciava a non riconoscersi più. Rimane in contatto con la famiglia Agnelli soprattutto con l’Avvocato che nutriva per “Nappita” una grande stima, guadagnata grazie alle battaglie sostenute in campo e qualche volta anche fuori dal rettangolo di gioco. Come una volta, in trasferta, quando dopo il triplice fischio arbitrale Alberto non ci aveva pensato troppo a saltare la rete di recinzione per regolare i conti con un tifoso che l’aveva offeso per tutta la gara. Al ritorno negli spogliatoi trovò l’Avvocato che gli disse: «Come uomo la ammiro molto, ma come presidente devo farle la multa».
Tornato a Viareggio prova ad intraprendere qualche attività extracalcistica senza troppa fortuna così che le uniche gioie gli arrivano dalle infinite partite a tennis sui campi del circolo Italia dell’amico Taddei e dalla famiglia, dalla moglie Valeria e dai figli Alessandro e Andrea che dopo avere cercato di seguire le orme paterne, senza mai essere da lui sponsorizzati, si cimentano con buoni risultati nell’hockey su pista.
Valeria, Alessandro e Andrea che oggi lo ricorderanno senza cerimonie, così come avrebbe voluto Alberto che da lassù sorriderà ai suoi cari mentre sta ingaggiando un duello con l’amico Giorgio Barsanti uno dei pochi attaccanti, come raccontava lo stesso “Nappita”, che erano riusciti a metterlo veramente in difficoltà.
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