Quel rito estivo fra mito e coraggio: ridateci i tuffi dal “Ponte” di Forte dei Marmi
Per noi ragazzi degli anni Novanta era come l’appuntamento della vita. E intorno a quel mondo ruotavano personaggi fantastici e indimenticabili...
FORTE DEI MARMI. Alla fine dell’estate saresti diventato una specie di divinità marina, magari con alghe bruciate al posto dei capelli, qualche conchiglia – o meglio, qualche muscolo, le cozze in Versilia si chiamano così – attaccata al corpo al posto di un gomito o di un ginocchio. Comunque un essere diverso. Altro. Non necessariamente superiore, ma di certo potenziato. Nelle varie versioni, donna o uomo, chi veniva qui si sarebbe evoluto nella formula Human Pro di se stesso. Perché alle qualità terrestri avrebbe aggiunto quelle degli abissi, dei mari e degli oceani. L’uomo polytropos, se mai fosse esistito, era quello in cui ti avrebbero trasformato tre mesi di tuffi dal pontile (qui e qui di cosa parliamo).
Al Ponte, infatti, si arrivava come a una specie di piscina di Cocoon o all’appuntamento più importante della propria vita. Solo che era un dating che si ripeteva ogni giorno e ogni giorno replicava le sue promesse taumaturgiche. Doti che prima o poi si sarebbero manifestate con prepotenza, probabilmente dopo il tramonto, e che noi continuavamo ad attendere con fiducia messianica.
Ricordo ancora la pedalata feroce che dall’entroterra versiliese mi spingeva verso il Forte tutte le mattine. Via Federigi scorreva velocissima con i suoi profumi, i platani regalavano l’ultimo brivido di refrigerio, poi sapevi che dal mattino al tramonto saresti rimasto lì, a cuocerti e bagnarti d’acqua e sale in quella pratica bellissima e disperata dei tuffi.
Tuffi di tutti i tipi. Chi arrivava al Ponte – «ci si vede al Ponte» era la frase passe-partout, perché nessuno lo chiamava pontile: quello era il termine usato dai “normali” – vi approdava con diverse gradazioni di aspettative e ambizioni.
C’era il tuffo a bomba. Il tonfo che avrebbe fatto il bagno alle signore milanesi con bassotto al guinzaglio giunte fin lì con la presuntuosissima pretesa di passeggiare indenni sul Ponte nelle ore diurne. Era un esercizio di modesta complessità che esigeva comunque una certa precisione. Per effettuarlo bisognava salire sulla balaustra cilindrica di pietra, restare accosciati e al tempo stesso girarsi verso la Pania e l’Altissimo, tentando di calcolare il passo e la velocità di chi stava camminando verso la linea dell’orizzonte, soddisfatto, sereno, desideroso soltanto di godersi il panorama.
Dovevi alzarti in piedi per lo slancio solo quando il predestinato – o la predestinata – si trovava a circa due metri da te. A quel punto potevi tendere il corpo, gettarti di sotto, ma non oltre un metro o un metro e mezzo dalla sponda, e poco prima dell’ingresso in acqua raccogliere una gamba portando il ginocchio al petto, lasciando l’altra tesa.
Infine, proprio durante l’ingresso, quando il busto non era ancora del tutto immerso, ecco il tocco finale. Ultimativo. L’Armageddon per la signora col bassotto: uno scatto ruvido all’indietro con la schiena e la testa. Il movimento imprimeva alla massa d’acqua sollevata dal corpo una parabola perfetta, prima verticale e poi orizzontale, precisamente in direzione della ricca tardona col cagnolino. Ne poteva nascere un capolavoro di arte figurativa, qualcosa a metà fra il caravaggesco e il sublime.
C’era poi il maxituffo a grappolo, il tuffo collettivo. Si eseguiva prendendo la rincorsa da un lato all’altro della parte finale del pontile, che allora era senza ringhiere. Correvi così veloce prima di buttarti da poter planare per parecchi metri e avere perfino il tempo, durante quel folle volo, di scegliere se entrare in acqua di testa o di piedi. Ed era appunto un’azione di gruppo, quasi una rivendicazione plastica del nostro diritto di sovranità su quel topos della nostra vita.
Il Ponte era la nostra nazione sovrana. Aperta a qualsiasi migrazione, razza, sesso, etnia. Con una sola legge dominante: la legge del tuffo e del mare. Se il mare decideva di prendersi una pausa dalla bonaccia e cominciava a scatenarsi con onde e correnti, nessuno doveva azzardarsi a sfidarlo. Il rischio era prendersi grandi sganassoni dai genitori, certo, ma anche lasciarci la buccia. E questo avrebbe sgretolato ogni speranza di trasformarci in Glauco a fine stagione.
Infine c’era il tuffo tecnico. Olimpico. Mitologico. Per quello servivano disciplina, costanza, concentrazione e dosi crescenti di coraggio. Si passava dal carpiato semplice al rovesciato, dal raggruppato al raggruppato all’indietro, fino al carpiato rovesciato all’indietro o con capriola carpiata: il livello massimo della trasformazione in super Glauco, roba che nemmeno i giochini dell’Amiga avrebbero saputo avvicinare.
Gli irriducibili erano pochi. Ricordo Gil – solo il nome – alto, magro, un corpo allungato e perfetto per i tuffi di precisione. Un tipo divertente, libero come un hippie e selvaggio come Tarzan. Poi c’erano Stefanino e Simó Piranha, Ale, il biondo del Forte, e il nipote di Ciccio Bello, che chiamavamo così perché era un bimbo più piccolo di noi, ma già si vedeva che sarebbe diventato un drago come il famoso bagnino latin lover che negli anni ruggenti aveva fatto strage di signorine col bassotto. Ogni tanto compariva Motoretta e, con una certa frequenza, mio fratello Dario, specialista e campione mondiale di bombe. L’incubo delle signore con bassotto. Parecchio brava nella stessa specialità era Debora Landi, detta Dè. Poi, rarissimamente, appariva Tiziano Gabrielli.
Tizianino di Querceta era un surfista e talvolta capitava che attraccasse al pontile durante una delle sparute pause dalle sue infinite navigazioni con la tavola da windsurf usata come canoa. Saliva, faceva due o tre tuffi e ripartiva verso l’orizzonte. Nessuno sapeva diretto dove. E ogni volta ricordava a noi – che abbronzati e fisicati ci sentivamo pure bellocci – chi Apollo avesse scelto per reincarnarsi. Della serie: ciaone.
Tutto questo avveniva spesso con una soundtrack in sottofondo. Ci tuffavamo ascoltando le hit di quegli anni: “Rhythm Is a Dancer” degli Snap!, “Gli spari sopra” di Vasco, gli 883, “Il battito animale” di Raf.
Provate a immaginare la scena. Ragazzini di dodici, tredici, quattordici anni. Il mare scintillante. I tramonti dalle dita rosate. La forza elastica e primitiva dei nostri corpi. E dalle radioline dei pescatori appostati in cima al Ponte usciva quella che, naturalmente, consideravamo la migliore musica che il mondo avesse mai prodotto. Le sirene di Ulisse, al confronto, potevano accomodarsi.
Ora c’è Luca Morini che vorrebbe far esistere di nuovo tutto questo. Lo leggo e lo immagino progettare il reload di quelle estati mitiche. È ovvio che si tratta di un’illusione perduta, ahimè, una madeleine avariata e scaduta. Nulla potrà più essere come quei giorni sull’Olimpo. Leggo però anche qualche esperto raccontare i tuffi dal pontile come un’esperienza lontanissima nel tempo, addirittura primo-novecentesca. Come se poi tutto fosse finito. Come se dopo non fosse successo più nulla.
Ecco: niente da eccepire sulle ragioni di sicurezza che oggi sconsigliano il ritorno a quella pratica bellissima. Ma questo è un appello a tutti i tuffatori degli anni Novanta, affinché la verità storica di quel mito venga ristabilita. Lo faccio a Gil e a tutti i suoi epigoni: fatevi sentire. Scrivete. Mandateci un cenno della vostra esistenza, una foto, una testimonianza. Fateci rivedere il mare scintillante e gli spruzzi, risentire l’odore del salmastro e della pelle bruciata dal sole. Fateci riascoltare, almeno per un momento, il battito animale del Ponte.
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