Cent’anni fa l’assassinio di Nieri e Paolini, delitto fascista rimasto senza giustizia
La ricostruzione di quanto avvenne, dal furto della bandiera alle elezioni. Fino al processo che finì su un binario morto
paolo fornaciari
Cento anni fa, il 16 maggio 1921, proprio come ieri, ma allora era lunedì, a Viareggio si consumò la tragica morte del calafato Pietro Nieri e del marinaio Enrico Paolini, uccisi in piazza Grande nel contesto in quella che doveva essere una sfida fra fascisti e socialisti senza il ricorso delle armi, ma con il solo uso della forza fisica e dei pugni. Ma vediamo quali furono gli antefatti e come si svolsero gli eventi che diedero origine a quella drammatica sfida.
Il 2 maggio di quello stesso anno, un gruppo di fascisti assaltò la sede del Circolo dei Maestri d’Ascia e Calafati di Viareggio, devastandola ed aspostando la bandiera rossa, vessillo ufficiale dell’associazione. Tutto avvenne senza incontrare resistenza perché in quel momento i lavoratori si trovavano intenti alle loro occupazioni. Compiuta la spedizione i fascisti si allontanarono, mentre la notizia faceva il giro della città. Il 4 maggio, per reazione i rappresentanti dei lavoratori dei cantieri delle Darsene, riuniti in Municipio sotto la presidenza del sindaco Giorgio Paci, decretarono lo sciopero generale, ponendo come condizione per la ripresa del lavoro la «restituzione della bandiera asportata dai fascisti ».
Quando il 16 maggio Carlo Scorza, segretario politico del fascio, dichiarò che la bandiera era stata fatta a pezzi, distribuiti come trofeo ai soci del fascio e di non essere quindi in grado di restituirla”, la notizia pose fine allo sciopero.
In quello stesso giorno furono resi noti i risultati delle elezioni politiche che si erano svolte il giorno prima in tutta Italia e che decretarono a Viareggio l’affermazione delle liste della sinistra: socialisti 1.139 voti, comunisti 377, popolari 1.151, liberali 224, repubblicani 133, blocco fascista 868.
Allora, i simpatizzanti dei partiti di sinistra diedero vita a una manifestazione spontanea, un corteo che sfilò per le vie cittadine. Poco dopo le 17, dal corteo si staccò un gruppo di dimostranti capeggiati da Alessandro Bandoni che percorrendo la via Garibaldi, giunto davanti alla sede del Fascio, indirizzò frasi di scherno verso i fascisti: «Come abbiamo vinto nelle urne, vogliamo dimostrare di saper vincere anche nella piazza; scegliete il luogo e l'ora!». Per la sfida fu scelta la piazza Grande, allora Vittorio Emanuele; l'ora le sei del pomeriggio dello stesso giorno.
La dinamica dei fatti che seguirono è stata oggetto di diverse ricostruzioni, per lo più imprecise e poco documentate: «Come convenuto, alle sei del pomeriggio, un gruppo di operai, capitanati da Alessandro Bandoni e scelti fra i più forti e decisi, cessato il lavoro nelle darsene, si diressero in piazza Grande». Nella narrazione si scrisse che era una bella giornata di sole e che dai cantieri gli operai si recarono in massa in piazza Grande, con le giacche sulle spalle, per partecipare a quell’improvvisata sfida. Di fatto non c’era il sole, ma pioveva a dirotto e a sfidare i fascisti non fu una rappresentativa degli operai delle darsene, ma l’eterogeneo gruppo di simpatizzanti della sinistra, capitanato da Alessandro Bandoni, che aveva lanciato la sfida davanti alla sede del fascio. All’ora stabilita, dopo aver percorso la via Garibaldi, una decina di fascisti, guidati dall'avvocato Lino Reggiani entrò nella piazza, mentre all’imboccatura della via San Francesco, ad attenderli un folto gruppo di operai e simpatizzanti della sinistra, convenuti per assistere a quella improvvisata sfida.
Ricordiamo che la piazza era presidiata, per timore di scontri da un drappello di 15 carabinieri al comando del tenente Dogliotti, da agenti del commissariato di polizia al comando dal dottor Antonio Brissa e da un reparto di 50 soldati del 19° Artiglieria comandati del tenente Oderico Giordano.
Secondo la ricostruzione dei fatti «parve per un istante che i comunisti non osassero di affrontare gli agguerriti avversari, e due di essi tra i quali il Bandoni, avanzarono a braccia alzate dichiarando inopportuno un conflitto in quelle condizioni». Quando sembrò escluso lo scontro, fra i due gruppi si accese una violenta rissa con scambio di pugni e bastonate. Poi, nella piazza furono esplosi numerosi colpi d’arma da fuoco, dalle perizie balistiche appartenenti a diverse armi, e la piazza divenne teatro di una tragedia. Caddero colpiti a morte il calafato Pietro Nieri e il marinaio Enrico Paolini, entrambi venticinquenni. Gli altri feriti per arma da fuoco furono Ottavio Orlandi e Gino Fiorelli.
Secondo la relazione medico legale dei dottori Pietro Bini e Guido Zeppini, Pietro Nieri fu colpito alla testa da un unico proiettile blindato di calibro 9 con capsula ad alto esplosivo, sparato alle spalle da circa dieci metri di distanza da una pistola automatica che gli devastò il cervello, mentre piegato in avanti cercava di porsi in salvo. Cadde al centro della Piazza.
Enrico Paolini, sbarcato solo pochi giorni prima a Savona dal veliero “Bella Italia”, quel lunedì alle ore 14 si recò dal sarto Pasquele Batanino e poi in Comune per depositare la tessera di disoccupazione. Trovato l’ufficio chiuso si fermò per circa un’ora sulla porta del Municipio perché pioveva a dirotto, poi si recò al bar Bergamini davanti alla Croce Verde. Paolini fu ferito alle spalle mentre cercava di portarsi al riparo, da un proiettile di piccolo calibro blindato e di altissima velocità, che perforato polmone e cuore, fuoriuscì dal torace. La morte fu istantanea e cadde all’angolo tra la via Battisti e la via San Francesco.
Senza ripercorre le fasi dell’inchiesta per individuare i colpevoli, rimandiamo per un approfondimento al volume “Viareggio maggio 1921”, stampato nel 2011 dalla Pezzini Editore su iniziativa della Lega Maestri d’Ascia e Calafati, ricordiamo che le numerose testimonianze raccolte non fornirono indicazioni utili a determinare gli autori di quei due crimini.
Viareggio fu scossa dalla tragedia. Il giorno dopo il sindaco Giorgio Paci condannò l'episodio di violenza («la passione di parte si è scatenata in forma violenta, quando meno esisteva una ragione d’urto, e la gentile terra di Viareggio è stata arrossata di sangue») e invitò la cittadinanza a «soffocare nel composto rimpianto per le vittime ogni ira ed ogni rancore, attendendo che giustizia sia fatta».
Il processo si concluse il 20 marzo 1922 con «il non luogo a procedere». Nessuno fra i fascisti dichiarò di aver aver fatto uso delle armi, anche se Enrico Fazzini, che faceva parte dei gruppo dei fascisti che partecipò alla sfida dichiarò: «Vidi armati i fascisti Lino Reggiani, Pietro Magrini, Romeo Massagli e Bruno Hay» e inoltre, nel fascicolo che raccoglie gli atti del processo si può leggere che «è inverosimile che giovani baldi e fieri, abituati ai conflitti, a colpi di rivoltella esplosi contro di loro non abbiano risposto con altrettanti colpi».
Poi, il 23 settembre 1921 il giornale fascista “Il Popolo d’Italia” pubblicò una corrispondenza da Viareggio che è una chiara ammisione di responsabilità: «Nel maggio scorso, in seguito ad una tracottante sfida lanciata da un centinaio sovversivi, una quindicina di fascisti stese al suolo un paio di comunisti». Autore di quell’articolo fu Felice Policreti che dalla fine di luglio alla fine di settembre era stato a Viareggio direttore del giornale fascista “Il Faro” e nello stesso tempo mandava corrispondenze al “Popolo d’Italia, il quale dichiarò: «La versione dei fatti si basa solo su quanto lessi sui giornali di Roma all’epoca del conflitto, ma non so assolutamente in quale maniera si siano svolti i fatti ne quale parte abbiano avuto i fascisti di Viareggio». Per la morte di Pietro Nieri ed Enrico Paolini nessuno pagò e l’invito del sindaco Giorgio Paci perché “giustizia sia fatta” fu disatteso. —
