Gli eroi dello Zio Tom
Aristocratici, comunisti e donne prosperose: quante storie
di ADOLFO LIPPI
C’era un locale sulla Passeggiata, traversa a mare 29, quasi al Marco Polo, che si chiamava “Zio Tom”. Stava aperto l’intera notte, chiudeva la saracinesca tra le cinque e le sei, era frequentatissimo da personaggi mirabolanti di una Viareggio povera e mondanissima, gustosa di vivere e scaciata. I due più noti non potevano essere più diversi: da una parte Franz Furrer, industriale e pittore, aristocratico, biondo, sempre elegante, di origine svizzera e con moglie, Lidja presidentessa delle dame della “Croce Rossa”, insomma alta borghesia; dall’altra Giancarlo Fusco, limaccioso, ibrido, scrittore e giornalista di assalto, comunista sfegatato e militante, bruno, baffuto, tondo e grassoccio come un marsigliese, ex pugile, ex legionario (a suo dire), chiacchierone e millantatore, piccante e coltissimo. Con loro, attorno, ad ascoltare, parteggiate, annusare, sparlare e maldicere, la migliore gioventù degli anni ’50. Quando Viareggio stava riprendendo colore e piume dalle distruzioni di guerra, quando un caffè costava dieci lire, quando le macchine, poche, sbiellavano per benzine pecorecce, quando si cantava “Grazie dei fiori” di Nilla Pizzi, quando Giorgio Barsanti, ex difensore juventino e proprietario del “Lidino”, fermava l’auto per accogliere due autostoppisti sul viale Margherita. E quando questi gli dissero che sarebbero voluti andare in Olanda ce li portava, traversando l’intera Europa senza spiegarsi il perché.
Ma il perché era raccontare poi la storia ai tavoli dello “Zio Tom”, detto anche “La Capanna”, mentre il professore Sergio Palagi, socialista e filosofo a Pisa, danzava spericolatamente una samba con la Saba Marconcini, amica in famiglia nientemeno di Gronchi. E detta, per la sua nota eleganza “la regina di Saba”. Lo “Zio Tom”, appena un buco, con pareti di mattoni scrostati, un finto caminetto e mobili di stile rustico da birreria viennese, era stato messo su da un fascista fiorentino, l’editore Rostagni, che pubblicava, con fortunate vendite, “l’enigmistica tascabile”. Perché, a colpa del recente passato, lo avevano epurato, la gestione del locale era stata passata ad una coppia di intraprendenti parmigiani, Giuseppe Tessari e la moglie Lina Sartori. Si servivano tortellini alla panna, una straordinaria insalata di pollo e l’appena scoperto toast, che ancora le signore pronunciavano “toast”. Il Tessari aveva gestito il Casinò di Modane; cercò di dare un tocco alla francese e aveva ingaggiato una cassiera, Amneris, bionda, pettutissima, che aveva un nasino parigino. I clienti perdettero la testa. Tra i più conturbati il generale torinese Borgogna, lo scrittore timido e compunto Antonio Delfini, appunto Franz Furrer. Furrer era un bevitore spericolato di whisky. Apprezzava anche la cucina. Ogni mattina, quando lasciava il locale, puntualmente la signora Lina gli chiedeva «E’ rimas. to soddisfatto signor Furrer?” (si rammenti il felliniano “gradisca” detto dalla tabaccaia al principe ereditario). Ed erano tutti così contenti che poi la Amneris sparì dalla circolazione. Per fortuna rimasero, a favoleggiare, la bionda elettrica Delia Scala e le sorelle Mill, Sandra ed Anna, che assieme alla madre gestivano il Kursaal. Qui emerse l’altro eroe delle notti stra-bianche: quel Giancarlo Fusco, piombato, dopo il frontale, dalla vicina La Spezia, rivoluzionario e spaccamonti. Comunista dichiarato e scazzottatore (allora le beghe si risolvevano a pugni) lo assunsero subito a “Il Nuovo Corriere” diretto a Firenze da quel genio letterario che era Romano Bilenchi. Di giorno faceva il cronista, di notte il “bodyguard” al Kursaal delle sorelle Milo. E siccome aveva lo smoking, ma non aveva i soldi per i calzini, Fusco si pitturava d’inchiostro gli stinchi. Così era impeccabile e a posto. Fusco scriveva le sue cronache a mano perché al giornale le macchine da scrivere sparivano o prendevano il volo e le pignoravano. Una volta Fusco, che amava fare il contraddittorio ai comizi (specie contro il democristiano Gronchi), alle logge del mercato del pesce, ben ubriaco di rosso, attaccò con violenza la deputata fiorentina democristiana Vera Dragoni. La onorevole era come la Amneris, procace e pettuta. Così a poco a poco il contraddittorio divenne un idillio. Sparivano in Fusco i fumi dell’alcol, il suo occhio rapace non scorgeva più l’avversaria ma quelle lattosissime bocce. Accadde l’inevitabile. Fusco lasciò la loggia e si buttò tra le braccia della ridente nemica tra i fischi, esterrefatti, dei compagni incazzati e feroci. Tant’è. Fusco era questo e ben altro.
Furrer era pittore. Suo padre era venuto a Carrara dalla Svizzera con quattro soldi e una passione, il marmo. In pochi anni divenne imprenditore e proprietario di cave. Ma Franz aveva altro in mente. Era un artista a strati e la sua testa, intelligente assai, era lì. Fece due figli, Andrea (che adesso gestisce un locale cult in piazza Mazzini) e Josephine (che è la compagna di Filippo Mori, il poeta che inventò il club Negroni alla Santissima Annunziata). E partecipò a ben due Biennali di Venezia. Divenne anche presidente del Club nautico Versilia, lo chiamavano “il signore”, ma a Viareggio gli dedicarono soltanto un paio di mostre: una organizzata da Fello Barsotti, l’altra da Giorgio Polleschi, architetto. Così Franz Furrer abbandonò l’industria di Carrara e si rifugiò a Viareggio, malinconico e quasi ignorato perché lo “Zio Tom” scomparve con lui.
Ma che locale nel ’50! Lo frequentavano Mario Ruspoli dei principi romani, fratello del più noto Dado, eppoi Giuliano Pasquini, il dottor Ferruccio Martinotti, l’avvocato Momi Berchielli (poi sindaco), i dottori Franzoni, Cirillo, Santoro, Aldo Valleroni, Sergio Bernardini, Michelino Provinciali e Pilade Papini che ne divenne lo storico ricercato e affabulatore. Pilade si trasferì a Roma divenendo segretario alla famiglia Pardini (dei mulini di Lucca) e trascorse la vita collezionando quadri (soprattutto di Moses Levy). Nessuno oggi è rimasto. “La Capanna” è divenuta un negozio di abbigliamento. Giancarlo Fusco emigrò prima a Milano, a “Il Giorno”, dove divenne un articolista di punta, poi a Roma alla Rai: con Camilleri scrisse numerosi programmi radio. Fece anche film divertentissimi. In uno, “Arrivano i colonnelli” con Ugo Tognazzi dette il meglio di sé, caramella all’occhio e damigiane di grappa che la “Nonino” gli recapitava con la fattura “Spett. Ditta Fusco” tant’era la quantità. Scrittore prolifico, avvincente, spettacolare, Fusco scrisse “La guerra di Albania”, “Duri a Marsiglia”, “Quando l’Italia tollerava” (sulle case chiuse, perché si vantava di conoscere tutte le più diaboliche maitresse) dove figurarono anche i disegni di Mino Maccari. Una sera, uscendo da “Zio Tom” Fusco scommise con il dottor Martinotti che la fronte di Tony Dallara, il cantante, era talmente ristretta che non avrebbe contenuto un francobollo Espresso. Così, con una corte di allegra clientela, i due si recarono al vicino “Principe di Piemonte” dove Dallara, re degli urlatori, famosissimo, si esibiva. E mentre Dallara cantava Fusco gli si avvicinò e appiccicò il francobollo sulla fronte che naturalmente risultò esigua, tant’è che il francobollo cadde. E Fusco vinse la scommessa. Questo e tant’altro fu la Viareggio della “Capanna dello Zio Tom”.