L’intellettuale in fuga dalla vita pubblica di un Paese incivile
Rosetta Loy ricorda Cesare Garboli, il suo lavoro e i luoghi della sua Versilia a 10 anni dalla morte
di ROSETTA LOY*
Nel maggio del 1978, dopo il rapimento e l’omicidio di Aldo Moro, che fra depistaggi e omissioni rimane ancora oggi un buco nero nella storia del nostro paese, Cesare decise di lasciare Roma e l’ufficio che aveva alla Mondadori. Una decisione che al momento era apparsa incomprensibile, e come spesso accadeva con Cesare veniva attribuita alla sua imprevedibilità (che per taluni si accompagnava a una capricciosità cronica).
Cesare aveva quarantanove anni, (era nato il 17 dicembre del 1928) un lavoro sicuro alla Mondadori e un bellissimo ufficio. Ma quanto era successo nel giro di quei cinquantacinque giorni, dal 16 marzo al 9 maggio, oltre che sconvolgerlo perché picchiava giù duro sulle ultime speranze di poter vivere in un paese civile, gli aveva chiarito quello che per noi sarebbe ancora rimasto a lungo nebuloso e difficilmente decifrabile, e avrebbe impiegato anni a configurarsi con la chiarezza con cui lui lo aveva immediatamente individuato.
Dalla sua casa in pieno centro a Roma, a due passi da Piazza di Spagna, andava adesso a vivere in una frazione di Camaiore, lungo la strada che si inerpica sulle Apuane, in una grande casa già appartenuta a un vescovo e che il padre aveva comprato negli anni ‘30, quando fra le sue molte attività voleva aggiungere quella di imprenditore nel settore oleario. La casa infatti aveva davanti un lungo edificio dove era stato sistemato il frantoio per le olive del vasto appezzamento a qualche chilometro da Camaiore. Un uomo, l’ingegnere Antonio Garboli, che oltre a essere stato un costruttore di grande successo, negli anni cinquanta era stato anche un famoso sindaco di Viareggio dove la famiglia possedeva una bellissima villa a pochi passi dal mare. La villa era stata poi venduta e adesso Cesare aveva deciso di ritirarsi nella casa dell’ex prelato dove erano stati sistemati i mobili portati via al momento della vendita: grandi armadi cigolanti e poltrone sfondate, letti di bambini e gigantesche pentole ammaccate, bicchieri di baccarat e una enorme affettatrice che aveva a un tempo troneggiato nella cucina viareggina dove la famiglia passava l’estate.
Una famiglia composta da cinque figlie femmine e quell’ultimo maschio: Cesare, la cui nascita era stata festeggiate da cento colpi di fucile come la nascita di un erede reale.
Nella casa dell’antico prelato ai piedi delle Apuane regnavano adesso i ragni e due grandi platani davanti alla facciata volta verso il fiume lombricese allungavano i loro rami fino a sfiorare i vetri delle finestre al primo piano; e da uno pendeva ancora una vecchia altalena rotta. Poco più in là si alzava la ciminiera di mattoni rossa dell’antico frantoio. Ma la cosa più singolare erano i meli, meli vecchi, anzi vecchissimi, che si allineavano in filari ordinati con i loro rami contorti e l’estate offrivano ancora i loro frutti dove i denti stentavano a penetrare.
Come era possibile spiegare questo improvviso ritiro, a neanche cinquant’anni, di un intellettuale brillante, sempre presente e protagonista in ogni occasione, già compagno di Susanna Agnelli e grande amico di Natalia Ginzburg e Elsa Morante, di Moravia, di Fellini , Natalino Sapegno, e a suo tempo di Alberto Mondadori e Niccolò Gallo, se non con una capricciosa e imprevedibile alternanza di umori, quasi una sorta di schizofrenia?
Oggi sappiamo invece che Cesare aveva già capito quanto noi avremmo impiegato anni a decifrare; e aveva deciso di abbandonare quella che comunemente si chiama ‘vita pubblica’ per dedicare tutta la sua energia alla decifrazione del nostro tempo. Con i principali strumenti a sua disposizione: l’intelligenza e il sapere. Strumenti di cui era maestro.
Io ho amato moltissimo la casa di Vado, ho amato i lunghi silenzi del pomeriggio e le sere invernali con la pioggia che picchiava ai vetri, la grande ruota di legno del vecchio frantoio, immobile come un antico Totem. Gli armadi che si aprivano cigolando su vestiti appartenuti a chissà chi, in chissà quale tempo (la casa era stata abitata dalla famiglia Garboli durante l’inverno dell’occupazione nazista). Pile di coperte tarlate e fotografie di bambine e giovani donne sorridenti, ritratti a olio che risalivano agli anni ‘30 e ‘50, e uno stralunato Cesare poco più che ventenne dipinto da Morlotti. La canaletta d’acqua che un tempo faceva girare la ruota mangiata dall’umido del frantoio e adesso continuava a scorrere limpida e silenziosa fra l’erba alta delle sponde. L’immenso quadro che raffigurava la famiglia Garboli nel suo momento più felice: padre e madre in alto all’ombra lieve di un ulivo, e più in basso quelle cinque sorelle sparse lungo il pendio, la maggiore che regge in braccio la prima nata della nuova generazione. Cesare sul lato sinistro, in piedi, appoggiato al tronco di un platano. Cesare ancora ragazzo con i pantaloni corti e le mani in tasca, un ciuffo di capelli sulla fronte. Un quadro che immortalava la famiglia ‘reale’ alla vigilia della guerra e occupava una intera parete del soggiorno di Vado. Gigantesco come il tavolo della sala da pranzo dove un tempo sedeva a mangiare la famiglia a Viareggio , compresi generi e nipoti, e adesso si riempieva di libri e di carte nella grande stanza del pianterreno.
Vorrei chiudere con un’ultima immagine di Cesare, ormai malato terminale nella casa in via della Lungarina a Roma, seduto al tavolino a lavorare di notte alla nuova edizione della Divina Commedia. Lui che per tutta la vita aveva accusato mali immaginari, lamentandosi per ogni più piccolo fastidio, si sottoponeva adesso a uno stress fisico che nessuno di noi avrebbe sopportato, senza ‘mai’, dico ‘mai’, lamentarsi. E il pomeriggio della notte in cui sarebbe morto, ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, sdraiato sul letto, aveva ancora lavorato insieme a Carlo Cecchi alla nuova stesura dell’’Purgatorio’ di Dante. Stesura, ahimè, rimasta incompiuta. Alle sette Carlo Cecchi lo aveva lasciato perché era arrivato il vassoio della cena. A mezzanotte Cesare era in coma, all’una era morto.
Questo abbandono repentino di Roma nel 1978, questa che sembrava una inesplicabile rinuncia al successo mondano-intellettuale (nella città che in quel momento più era rappresentativa della cultura), un abbandono che veniva giudicato una bizzarria, è quello che più testimonia oggi la straordinaria capacità intellettuale (intellettiva) di Cesare che si è trovato improvvisamente in conflitto con il suo tempo, e ha deciso, questo conflitto, di affrontarlo dedicandosi senza risparmio, anima corpo e mente, a quello che considerava il massimo impegno dell’uomo: applicarsi alla conoscenza, e comunicare il proprio sapere.
*scrittrice e compagna
di Cesare Garboli
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