Esteri
Gli studenti tornino protagonisti della scuola
Ascoltare i ragazzi, valorizzarne i talenti, guidarli nella crescita: l’obiettivo deve essere quello di riportarli al centro della scena
FIRENZE. Lo scorso 19 ottobre, al Teatro di Rifredi a Firenze, ho assistito con la mia amica Alessandra, maestra elementare in pensione, a un incontro con Dacia Maraini dal titolo “Quale scuola?”. A un certo punto il moderatore, il Direttore Artistico del Teatro della Toscana Stefano Massini, ha chiesto chi tra il pubblico insegnasse da meno di dieci anni. Io ho prontamente alzato la mano, e lui mi ha invitato ad avvicinarmi al palco ponendomi una domanda: «Cosa ti hanno insegnato questi dieci anni di scuola?»
Ho risposto che questi dieci anni di scuola mi hanno insegnato che bisogna sforzarci di far capire ai ragazzi perché sia così importante la scuola, una lumaca di tante buone intenzioni in un tessuto sociale che viaggia alla velocità della luce. In quella sala tutti concordavamo su tale indiscutibile importanza. Ma siamo sicuri che i ragazzi pensino ancora che la scuola sia un valore da difendere?
Ho quindi raccontato che quella mattina stessa, in una prima dell’ITCG “Enrico Fermi” di Pontedera dove insegno Italiano e Storia, prima di iniziare la lezione sulle civiltà fluviali della Mesopotamia, ho chiesto agli studenti: «Siete consapevoli che lo studio, la cultura, il sapere sono per voi uno strumento potentissimo e fondamentale per affrontare, leggere e interpretare il mondo?» .
Un ragazzo al primo banco ha strabuzzato gli occhi, ha alzato la mano e mi ha chiesto di ripetere la domanda con parole più semplici, perché proprio non aveva capito…
Ecco, forse noi insegnanti dovremmo tornare a parlare la loro lingua, e non intendo abbassando il registro linguistico. Il nostro primo compito di educatori è ascoltarli, ma anche guidarli, essere dei punti di riferimento certi, positivi e propositivi per loro. Affinché poi non scendano per le strade e nelle piazze a manifestare nei modi sbagliati cui abbiamo assistito (impotenti e forse parzialmente corresponsabili) nei giorni scorsi, devastando negozi, scontrandosi con le forze dell’ordine, occupando scuole e causando migliaia di euro di danni. Una rabbia, certo, che non si può solo punire e reprimere, e soprattutto che non possiamo più continuare a ignorare.
Proviamo invece a fare in modo che si sentano tutti ascoltati, e anche valorizzati per quello che ciascuno di loro sa fare. Ricordo sempre, a tal proposito, il romantico Professor Vincenzo Vivaldi, interpretato da Silvio Orlando nel film La scuola del 1995, regia di Daniele Luchetti.
Nel corso dell’improbabile scrutinio finale di una quarta, Vivaldi cerca in tutti i modi di “salvare” un suo alunno, Cardini – che per la verità non ha fatto granché durante l’anno scolastico – ricordando al Consiglio di Classe che gli va riconosciuto un grande talento: sa fare la mosca, ossia ne sa imitare benissimo il verso mentre svolazza per la classe. Cardini non sarà promosso. Ma il film si chiude con un memorabile verso della mosca che si diffonde per tutto lo sgangherato istituto tecnico.
A distanza di trent’anni la scuola è ancora un luogo fatto troppo spesso degli stessi ambienti grigi (l’ITT “Marco Polo” di Firenze del Dirigente Scolastico Ludovico Arte è una rara eccezione), un luogo in cui si accumulano regole e divieti (e si impone il silenzio ai Cardini), un luogo in cui gli insegnanti, incalzati tra didattica e burocrazia, sono come il terribile Minosse nel V Canto dell’Inferno dantesco, che «giudica e manda secondo ch’avvinghia». Quante volte usiamo il voto per punire?
Se ti comporti male ti interrogo a sorpresa e ti metto due, se non hai il “materiale” nello zaino ti metto due, se non leggi il libro che ti ho obbligato a leggere ti metto due…
E invece la scuola dovrebbe rimettere davvero al centro gli studenti, e non semplicemente – come troppo spesso si dice – rendendoli “partecipi”, bensì ricordando loro (e ricordando innanzitutto a noi stessi) che sono i protagonisti indiscussi della scuola, con le loro peculiarità, con le loro sicurezze e le loro fragilità, con i loro sogni, con le loro idee, e con tutti i loro sbagli. Una rivoluzione copernicana da tempo necessaria nella scuola, soltanto per rimettere le cose al loro posto.
La mia professoressa di Italiano e Storia Anna Maria De Vita, docente al Liceo Scientifico “Leonardo da Vinci” di Vallo della Lucania, più di vent’anni fa mi ha insegnato la bellezza di leggere il giornale in classe, generando discussioni con l’arte socratica della maieutica, e l’importanza di leggere integralmente l’Iliade o I Promessi Sposi. Mi ha in-segnato, ossia mi ha “segnato dentro”.
Di recente l’ho cercata e l’ho ritrovata, e ancora oggi mi insegna, invitandomi a fare «tutto ciò che si deve fare per aiutare i ragazzi a trovare un equilibrio, un senso, e a spingerli a guardarsi dentro senza paura».
L’altra mattina, nella mia quarta, prima di iniziare la lettura integrale dei Promessi Sposi, ho chiesto agli studenti: «Chissà se tra vent’anni anche voi vi ricorderete di quel vostro professore che vi faceva leggere in classe Il Tirreno e I Promessi Sposi». Ripensando per un attimo a tutto, l’ho detto perché questi dieci anni di scuola mi hanno insegnato che la scuola è anche porsi le giuste domande.
* Insegnante e referente Progetto @Scuola 2030 dell’Istituto Fermi di Pontedera
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