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Mercati in Toscana, l’allarme degli ambulanti: «Il 30% delle imprese ha chiuso dopo il Covid». Perché con la nuova legge potrebbe arrivare una svolta

di Matteo Rossi
Un mercato ambulante (foto di archivio)
Un mercato ambulante (foto di archivio)

Il presidente regionale Fiva Confcommercio: «Non solo Pisa, è un copione che si ripete anche a Livorno, Lucca, Pistoia e Viareggio»

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Banchi vuoti, licenze che non trovano più compratori, ricambio generazionale azzerato. La crisi del commercio ambulante in Toscana, come nel resto d’Italia, arriva da lontano e si è aggravata negli anni e oggi, a sentire chi rappresenta la categoria, rischia di travolgere un pezzo di storia del commercio di prossimità. «Abbiamo perso circa il 30% delle imprese rispetto al periodo pre-Covid, e parlo di un fenomeno che riguarda tutta la Toscana, non solo Pisa», dice Franco Palermo, presidente regionale Fiva Confcommercio.

La fotografia di una crisi

I numeri, dove disponibili, danno la misura del calo. «Nel mercato del mercoledì a Pisa i banchi sono passati da 241 a 175 in pochi anni, con ulteriori assenze attese nei prossimi mesi. Un copione che si ripete anche a Livorno, Lucca, Pistoia e Viareggio». Le cause, secondo il presidente regionale, sono molteplici e si sommano nel tempo. Da una parte una normativa che negli anni passati ha aperto il settore senza un adeguato impianto di regole, permettendo la concentrazione di più licenze nelle mani di pochi operatori, spesso stranieri, capaci di rifornirsi all’ingrosso con volumi che il singolo ambulante italiano non può reggere, e di conseguenza di praticare prezzi molto più bassi della concorrenza. Dall’altra, la crisi del ricambio generazionale.

«Sempre meno figli rilevano l’attività dei genitori, che preferiscono cedere la licenza piuttosto che tramandarla, complice una redditività ormai troppo bassa». C’è poi un cambiamento nelle abitudini di consumo che pesa quanto le questioni normative: il pubblico storico dei mercati, gli anziani, li frequenta sempre meno, mentre le nuove generazioni si sono spostate sull’e-commerce.

«Vediamo una desertificazione dei mercati – continua Palermo –. Il valore delle licenze è crollato da cifre che vent’anni fa potevano superare i 25-30 mila euro, oggi si fatica a cederle anche per poche migliaia di euro, che se poi ci sommi l’importo delle sole spese notarili, non rimane nulla».

Le criticità

A complicare il quadro ci sono gli oneri che gravano sugli ambulanti «suolo pubblico, Tari, contributi Inps, il rispetto del Durc pena la perdita della licenza, a fronte di controlli spesso carenti nell’assegnazione dei posti vuoti nei mercati, e di un lavoro che, pur svolto interamente all’aperto, non rientra tra le categorie riconosciute come usuranti». Se la fotografia toscana racconta un settore in affanno strutturale, la lettura nazionale porta la vicenda ancora più indietro nel tempo, fino alla direttiva europea Bolkestein e al modo in cui, in questi anni, la politica italiana ha gestito il tema delle concessioni.

«I problemi ce li ha procurati la politica. Da anni si sono susseguiti i governi ma abbiamo avuto solo promesse non mantenute e tanti rinvii, mentre le imprese del settore sono scese a livello nazionale da 220 mila a circa 160 mila».

Ipotesi svolta?

Una svolta, almeno sulla carta, è arrivata il 10 giugno scorso, quando il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso ha firmato il decreto con le nuove linee guida nazionali per il rilascio delle concessioni.

Il provvedimento fissa concessioni decennali per mercati, posteggi isolati e chioschi e introduce un sistema di valutazione a 100 punti; soprattutto, pone un tetto alla concentrazione dei posteggi nelle mani di un solo operatore (non più di due licenze nei mercati fino a 100 posteggi, non più di tre in quelli più grandi). «Le nuove regole – avverte Errico- offrono garanzie ancora deboli. Dobbiamo capire con le Regioni, che sono sempre state maggiormente sensibili al tema rispetto alla politica nazionale, quali migliorie si possono fare». Il risultato, tra normative incerte, oneri crescenti e mercati sempre più vuoti, è un settore che fatica a immaginare un futuro, nonostante resti per molte famiglie l’unica fonte di reddito. «È un lavoro diventato molto difficile – conclude Palermo –. Chi come me ha un’attività da tantissimi anni oggi non riesce più nemmeno ad affittarla o venderla a nessuno».

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