Il Tirreno

Toscana

L'intervista

Ucciso da un'auto pirata, l'esperto: «Inasprire le pene non serve. Suv pericolosi? Sì, vi spiego il "bull driving”»

di Libero Red Dolce

	L'incidente a Viareggio e Sergio Bedessi
L'incidente a Viareggio e Sergio Bedessi

La tragedia di Viareggio: il punto di vista di Sergio Bedessi, già comandante di polizia municipale in diverse città toscane e presidente del Centro documentazione sicurezza urbana e polizia locale

3 MINUTI DI LETTURA





L’incidente mortale in Versilia costato la vita a un diciassettenne, con la fuga del conducente (e dei due passeggeri con lui) dopo una manovra azzardata, riapre il dibattito sulla sicurezza e sull’efficacia delle norme vigenti. Ne parliamo con Sergio Bedessi, già comandante di polizia municipale in diverse città toscane e presidente del Centro documentazione sicurezza urbana e polizia locale.

Comandante, cosa spinge a scappare dopo un urto così grave in zone monitorate?

«La fuga è quasi sempre un impulso dettato dal panico o dall’alterazione psicofisica per l’abuso di alcol e droga. Se i passeggeri fossero lucidi, dovrebbero fermare il conducente, poiché non rischiano nulla restando a prestare soccorso. Se scappano tutti, l’irrazionalità regna sovrana. In un’epoca di tracciabilità totale, la fuga è solo un inutile tentativo di rimandare l’inevitabile responsabilità di fronte alla legge».

L’omicidio stradale e le pene più dure non bastano. Perché la repressione fallisce?

«Inasprire le pene non serve se manca l’applicazione certa nell’esecuzione. Dovremmo invertire la logica: meglio avere pene meno elevate, ma sicure. Nel nostro Paese vige una percezione di sostanziale impunità: molti alla guida pensano che, nonostante la gravità dei comportamenti, il rischio di finire realmente in galera è remoto. Senza la certezza del castigo, l’aumento delle sanzioni resta un proclama sulla carta. Un senso di impunità che vivono anche gli stranieri che vengono nel nostro Paese, che non si vedono recapitare i verbali per le infrazioni, anche quelle meno significative, che compiono».

Questa impunità è legata a una carenza di vigilanza attiva sulle strade?

«Certo, manca capillarità nel controllo. Si può viaggiare per lunghe tratte senza mai essere fermati per un controllo. Se l’utente non ha la percezione costante che qualcuno possa controllarlo, il suo comportamento peggiora. Questa sensazione di poter fare ciò che si vuole alimenta l’idea che la strada sia una zona franca. La prevenzione non si fa solo con le telecamere, ma con la presenza fisica degli organi di polizia».

Lei suggerisce di passare dalle regole formali a quelle sostanziali. Cosa intende?

«Se i divieti vengono ignorati, dobbiamo forzarne il rispetto fisicamente. Invece di limitarci a vietare un’inversione, dovremmo installare spartitraffico o chicane. La prevenzione si fa progettando strade meno permissive, utilizzando paletti o dissuasori che rendano materialmente impossibile l’errore. Se la carreggiata impedisce manovre pericolose, l’incidente viene evitato alla radice, superando l’arroganza di chi ignora deliberatamente la segnaletica».

Esiste anche una responsabilità legata alla tipologia di veicoli moderni?

«Assistiamo al fenomeno del “bull driving”: si scelgono suv massicci per manifestare potenza. Questi veicoli sono intrinsecamente più pericolosi per i pedoni. La loro altezza riduce la visibilità immediata davanti al cofano e la massa trasforma piccoli urti in tragedie. In città, un impatto a dieci chilometri orari con tali mezzi può risultare fatale. C’è un problema culturale di aggressività che va affrontato».

Sul piano educativo, come si può incidere sulla coscienza dei guidatori?

«L’educazione nelle scuole è troppo teorica. Serve un approccio pratico. Nella città di Pistoia usavamo simulatori per mostrare quanto sia difficile vedere un ostacolo in certe condizioni. Bisogna investire i proventi delle multe in formazione “palpabile” che mostri le conseguenze reali di un incidente. Solo ridonando valore alla vita umana, anche attraverso esempi della sofferenza che uno scontro provoca, potremo sperare in un cambiamento duraturo».
 

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Primo piano
L'intervista

Ucciso da un'auto pirata, l'esperto: «Inasprire le pene non serve. Suv pericolosi? Sì, vi spiego il "bull driving”»

di Libero Red Dolce
Speciale Scuola 2030