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Riforma dei Porti, il Consiglio Regionale della Toscana dice “no”

di Maurizio Campogiani

	Alessandro Franchi
Alessandro Franchi

Approvata una mozione presentata dai consiglieri del Partito Democratico

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FIRENZE. Pollice verso della Regione Toscana rispetto alla legge di riforma dei porti approdata da un paio di settimane in Parlamento. Il Consiglio regionale ha infatti approvato una mozione che impegna la giunta regionale a contrastare il nuovo Disegno di Legge presentato dal Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, e il cui cardine è la Porti d’Italia, una società per azioni con un capitale minimo, che andrebbe a fungere da cabina di regia per l’intera portualità del Paese.

E proprio Porti d’Italia rappresenta il punto maggiormente contestato dal consiglio regionale toscano, in particolar modo dagli esponenti del Partito Democratico, per i quali la nascita del nuovo soggetto andrebbe a incidere negativamente, sia nel ruolo che nella capacità di spesa, sulle attuali Autorità di Sistema Portuale.

Secondo il consigliere regionale dem, Alessandro Franchi, la riforma portuale attualmente all’esame del Parlamento rappresenta un arretramento senza precedenti rispetto ai principi della legge 84/94. 

«Questa riforma – sostiene - non affronta le criticità del settore, ma sceglie la strada del centralismo verticistico, svuotando di funzioni i territori” afferma, sottolineando che per la Toscana significa mettere a rischio la capacità operativa di scali strategici come Livorno, Carrara, Piombino e dell’Elba, compromettendo la manutenzione, la sicurezza e grandi investimenti come la Piattaforma Europa».

Nella mozione presentata dai consiglieri del Pd e fatta propria dal consiglio regionale, si fa riferimento allo studio elaborato da Assoporti, l’associazione che raccoglie le sedici autorità di sistema portuale, secondo il quale l’Autorità di Sistema del Mar Tirreno Settentrionale perderebbe circa 20 milioni di euro all’anno, che verrebbero trasferiti alla Porti d’Italia spa. Oltre a perdere ingenti ricavi, le attuali adsp andrebbero poi a vedere una riduzione del personale stimata nell’ordine del 25%.

«Non possiamo consentire – rimarca Franchi – che le risorse generate dai nostri territori vengano scippate per alimentare una Spa centralizzata che ignorerà le specificità locali».

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