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Portuali, il manifesto di Istanbul

di Maurizio Campogiani

	(foto di repertorio)
(foto di repertorio)

Sei organizzazioni sindacali di porti del Mediterraneo, riunite nella capitale della Turchia, hanno sottoscritto un documento nel quale tornano a confermare che i lavoratori non lavorano in funzione delle guerre

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I lavoratori portuali non diventeranno un anello della catena delle loro guerre. E’ quanto si legge nel documento redatto al termine del terzo incontro internazionale svoltosi a Istanbul e sottoscritto da CGT Port and Docks (Francia), Enedep (Grecia), LAB (Paesi Baschi), LIman-Is (Turchia), ODT (Marocco), USB (Italia) e al quale ha aderito Orsa Porti Gioia Tauro.

Nella parte iniziale il documento rileva che «i porti, le rotte marittime, le ferrovie, i magazzini, la logistica, l’intera catena dei trasporti, si stanno trasformando sempre più apertamente in infrastrutture di guerra, ma che per questo i portuali non lavorano per le guerre degli imperialisti. prime e dei mercati».

Di qui, una serie di richieste, la prima delle quali è la fine immediata del genocidio del popolo palestinese e l'apertura di un corridoio sicuro per gli aiuti umanitari. «La fine della colonizzazione, dell'occupazione e dell'apartheid imposte al popolo palestinese e il riconoscimento di uno Stato palestinese indipendente, riconosciuto dalla comunità internazionale, entro i confini del 1967, con Gerusalemme Est come capitale».

Viene poi chiesta la fine della guerra in Medio Oriente, così come di tutti i blocchi e i conflitti in tutto il mondo. «Nessun sostegno, nessuna facilitazione, nessuna partecipazione all’aggressione statunitense-israeliana contro l’Iran, il Libano o qualsiasi altro intervento imperialista. Flotte e basi militari fuori dalla regione. Esprimiamo la nostra piena solidarietà ai popoli di Cuba e del Venezuela, minacciati dall’imperialismo statunitense, e del Sudan. Chiediamo la difesa della sovranità dei popoli, delle risorse, dell’integrità territoriale, della pace con giustizia e del diritto alla resistenza per l’autodeterminazione».

«I porti – prosegue il documento – non devono essere utilizzati per il trasporto di armi, munizioni, equipaggiamento militare e truppe. Chiediamo ai sindacati di rafforzare la vigilanza, di informare i lavoratori, di smascherare i carichi bellici e di organizzare una resistenza collettiva di massa con tutti i mezzi legittimi a nostra disposizione e con la nostra lotta. Rifiutiamo il piano di militarizzazione dei porti e delle infrastrutture critiche. I porti appartengono ai popoli e ai lavoratori. Non sono basi per la NATO, gli Stati Uniti o l'UE, né strumenti degli armatori e dei gruppi monopolistici. No all’economia di guerra e agli armamenti. Il denaro deve essere utilizzato per i salari, i contratti collettivi, la sanità, l’istruzione, i bisogni sociali e la tutela della vita e della sicurezza sul lavoro».

Vengono poi chieste misure di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro e contratti collettivi con aumenti salariali reali, posti di lavoro stabili con diritti, una politica pensionistica con pensioni migliori e una riduzione dell’orario di lavoro.

Per rafforzare il coordinamento internazionale tra i sindacati dei lavoratori portuali e dei lavoratori del settore marittimo, è impegno comune lo «scambio di informazioni tra i sindacati per un’azione comune, mobilitazioni simultanee e iniziative di sciopero a sostegno del blocco contro la guerra e le armi, nonché la solidarietà con ogni sindacato sotto attacco da parte di governi, datori di lavoro e meccanismi repressivi».

«I lavoratori portuali – conclude il documento – non si sacrificheranno per i loro profitti e le loro guerre. Non trasportiamo proiettili, bombe e missili per uccidere i bambini. Non accettiamo che i nostri porti vengano trasformati in basi militari. I lavoratori non pagheranno per l’economia di guerra, l’inflazione, gli armamenti e i profitti dei monopoli. La nostra forza sta nell’organizzazione. Sta nei nostri sindacati, nelle assemblee generali, nelle decisioni collettive, nella solidarietà tra lavoratori di diversi paesi. Noi, i lavoratori dei porti, sappiamo molto bene che senza di noi nulla si muove. Senza le nostre mani, i container restano fermi, le navi non vengono caricate, le macchine da guerra sono bloccate. Chiediamo a tutti i sindacati dei lavoratori portuali di discutere questa dichiarazione, di rafforzare le nostre azioni comuni e di organizzare azioni congiunte, per rafforzare i legami di solidarietà tra i porti».

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