Elezioni amministrative, i toscani premiano il campo largo. A destra finisce l’era dei sindaci – L’analisi
Il centrosinistra domina in due capoluoghi su tre: vince a Prato e Pistoia. Ballottaggio invece ad Arezzo e a Viareggio per evitare la débâcle dei conservatori
Campo largo, quasi spalancato in Toscana. Il centrosinistra porta a casa gli obiettivi considerati indispensabili alle amministrative per dichiarare la vittoria. Il centrodestra si lecca le ferite – soprattutto per le percentuali in certi comuni – ma spera in un secondo turno dove può giocarsi la partita con qualche colpo gobbo.
Il bilancio complessivo è rimandato all’8 giugno, ma il campo largo ha di che festeggiare dai risultati di ieri, 25 maggio. Oltre il bipolarismo cresce purtroppo un terzo polo che continua a vincere senza candidarsi: l’astensionismo. Avanza, nel silenzio complice della politica, con un aumento del 7% di chi ha disertato le urne rispetto a cinque anni fa. Con numeri sconcertanti in alcune realtà (a Prato e nel pisano).
Vittoria dei progressisti, dunque. E il dato è poco interpretabile: due capoluoghi su tre vanno alle coalizioni guidate dal Pd. Interrompendo, a Pistoia, nove anni di amministrazione del centrodestra; e tornando a conquistare la seconda città della Toscana, Prato, dopo il commissariamento seguito alle dimissioni dell’ex sindaca dem Ilaria Bugetti. E poi Cascina, Sesto Fiorentino, Montignoso, Figline Valdarno. «Un risultato straordinario», rivendica il segretario regionale Pd Emiliano Fossi. A destra si consolano con qualche buon risultato in Lunigiana, con i civici.
Si tratta delle realtà demograficamente più rilevanti di questo test elettorale. I due capoluoghi, insieme, assommano a quasi 300mila abitanti. La sensazione è che nei due comuni il campo largo sia riuscito a mobilitare qualcosa di più dell’elettorato di bandiera, ma sarà l’analisi dei flussi del voto a chiarirlo.
Qui Prato
E se non bastasse il dato demografico, c’è quello delle schede elettorali. Matteo Biffoni torna a guidare per la terza volta Prato, doppiando il candidato avversario Gianluca Banchelli. Andando oltre le previsioni dei sondaggi e quelle degli exit poll a urne appena chiuse. «Senza di lui si perde», era la convinzione generale. Non avremo la prova contraria, ma di sicuro Biffoni l’ha portata a casa e messa al sicuro: la sua lista ha raccolto oltre il 17% delle preferenze. Sul 55% totale dei voti raccolti. Se non la si vuole chiamare prova, la si chiami indizio. Poco cambia.
Ora Biffo si dimetterà dal consiglio regionale, dove lascia con il record di preferenze, e il suo posto sarà preso da Marta Logli, schleiniana rampante. L’avvicendamento con quello che, a tutti gli effetti, è il capo dei riformisti toscani, dimostra come il gioco di squadra nei dem abbia funzionato. Al di là dei contrasti.
Resta in frigo però lo champagne di alcuni alleati. Casa Riformista, per cui si è spesa vigorosamente l’assessora alla Cultura Cristina Manetti, ha ballato tutto il giorno sulla soglia dello sbarramento per poi rimanere sotto. I 5 Stelle non hanno invece avuto nemmeno la sensazione di farcela. Sull’altro fronte crolla la Lega e anche Fratelli d’Italia, consumata dal calore della stella biffoniana e della sfida “interna” del fuoriuscito Claudio Belgiorno, dovrà rivedere la strategia futura. Pur attestandosi come secondo partito al 21%.
Qui Pistoia
Anche a Pistoia il campo largo ha mostrato pregi e difetti simili a quelli messi in mostra a Prato. Con la differenza che la coalizione che ha eletto Giovanni Capecchi sindaco aveva trazione a sinistra. Non una star elettorale come Biffoni, ma un profilo capace di scaldare una parte di elettorato stordito da un decennio di successi targato Alessandro Tomasi. Anche qui, prima del voto, nel campo largo serpeggiava ottimismo. Con un’incertezza: prendere Pistoia, a Prato incassata, era il discrimine tra vincere e pareggiare.
Non è un caso che le attenzioni del presidente Eugenio Giani, ieri impegnato in giunta, fossero rivolte spasmodicamente ai risultati della città dei vivai. Il primo commento? Su Pistoia: «Una vittoria che premia un percorso fatto di serietà, passione e vicinanza alle esigenze reali delle persone». Il tempismo è tutto.
Il centrosinistra partiva diviso tra sinistra e riformisti, alle primarie le candidature di Capecchi e Stefania Nesi sembravano preludere a una spaccatura futura. Il partito ha mediato, ricomposto e condotto la barca in porto. Anche qui l’apporto di Casa Riformista e 5 Stelle è stato minoritario, mentre buoni sono i risultati di Alleanza verdi sinistra e della civica di Capecchi.
Delusione invece per Annamaria Celesti, candidata forzista del centrodestra. Più di quattromila voti la staccano dal vincitore; il suo partito è andato oltre il 10%, sì, ma a danno di FdI, che raccoglie un risultato deludente. L’avventura fiorentina di Tomasi è rimasta indigesta ai pistoiesi.
Qui Arezzo
I conservatori restano asserragliati nel fortino di Arezzo, l’unico dei capoluoghi dove la coalizione ha tenuto. Marcello Comanducci, storico militante di Fratelli d’Italia, partirà in vantaggio di oltre dieci punti al ballottaggio del 7 e 8 giugno. Deve provare a tenere la città, ma rischia la tenaglia.
Il pallino è in mano al centrista Marco Donati, che con il suo tonante 20% ha dimostrato al centrosinistra, guidato da Vincenzo Ceccarelli, che senza di lui non ci sono possibilità di vittoria. Gli sherpa hanno lavorato durante tutta la campagna elettorale per trovare una accordo con l’ex renziano, che aveva ambizioni da candidato unitario. Finora i contatti non hanno portato a nulla. Ceccarelli, deluso dal non aver raggiunto nemmeno il 40%, ha subito aperto le porte, chiamando «a un patto tra coloro che si sono opposti all'amministrazione di centrodestra». Che qui non può perdere, altrimenti la sconfitta si trasformerebbe in una disfatta appena un paio di gradini sotto Caporetto.
Qui Viareggio
Anche perché le residue chance di vittoria riposano sull’inedita linea Maginot tesa tra la campagna aretina e il mare versiliese. A Viareggio, un po’ a sorpresa, al primo turno è risultata in testa Sara Grilli, candidata del centrodestra senza vessilli. Solo liste civiche, con i big della coalizione meloniana quasi nascosti quando sono venuti in città. Per lei fa fede la “continuità” con l’amministrazione di Giorgio Del Ghingaro. Ma la partita non sarà semplice.
Il campo largo non poteva sperare in avversaria migliore. Non per inconsistenza, ma perché l’alternativa era andare a sfidare Marialina Marcucci, ex presidente della Fondazione Carnevale che avrebbe convogliato su di sé i voti di Grilli. Per Marcucci, per larga parte della campagna considerata la candidata forte, la delusione è cocente. Bisognerà vedere se la rappresentante del centrosinistra, Federica Maineri, saprà volgerla al suo favore e apparentarsi.
Qui le altre
I progressisti si confermano ingiocabili nell’enclave sovietica di Sesto Fiorentino, con la vittoria netta di Damiano Sforzi per il campo largo (qui la destra arriva terza).
E soprattutto chiude simbolicamente un cerchio a Cascina: Michelangelo Betti vince al primo turno e manda in pensione la stagione della Reconquista iniziata proprio dal comune pisano dieci anni fa, quando nacque il mito della Leonessa Susanna Ceccardi. Doveva essere la svolta a destra, tra sovranismo aggressivo e sinistra ricacciata nelle “ztl”. Non funziona più e non è bastato per il sorpasso. C’è da inventarsi qualcosa, ma al momento l’unico orizzonte di novità è il vannaccismo. Finora indigesto ai toscani.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
