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L'analisi

Minorenni denunciati per propaganda neonazista, la sociologa: «Il pericolo è normalizzare il contagio sociale»

di Libero Red Dolce

	Alcuni degli oggetti sequestrati e Roberta Bracciale, sociologa dell'Università di Pisa
Alcuni degli oggetti sequestrati e Roberta Bracciale, sociologa dell'Università di Pisa

La sociologa Roberta Bracciale: «Serve maggiore educazione digitale, non solo repressione». Tra minori la radicalizzazione sul web passa da appartenenza, algoritmi e assuefazione

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L’inchiesta della polizia di Siena ha portato alla denuncia di 13 minorenni per reati che spaziano dalla detenzione illegale di armi alla diffusione di materiale pedopornografico, fino alla propaganda d’odio razziale e all’apologia del fascismo e del nazismo. Al centro si staglia il fenomeno della radicalizzazione online. Non siamo di fronte a cellule terroristiche strutturate, ma a una forma di “contagio sociale” reticolare e diffuso, dove la fascinazione per l’estremismo si alimenta tra chat chiuse e piattaforme digitali. Su come questi processi trasformino l’identità degli adolescenti, abbiamo parlato con Roberta Bracciale, sociologa all’Università di Pisa.

Professoressa, l’inchiesta di Siena parla di radicalizzazione digitale. Come dobbiamo interpretare questo termine oggi, specialmente quando coinvolge dei minorenni?

«Dobbiamo intendere questa forma di radicalizzazione come qualcosa di molto più reticolare e diffuso, legato alla partecipazione alle piattaforme digitali e decisamente meno strutturato da un punto di vista organizzativo rispetto ai modelli gerarchici del passato. È un fenomeno più culturale e relazionale che ideologico in senso stretto: a fare da collante non è una dottrina politica metabolizzata, ma l’appartenenza a una cultura digitale fatta di provocazioni, linguaggi estremi e contenuti scioccanti. Spesso questi ragazzi sono così giovani da non avere ancora una chiara consapevolezza politica; l’estremismo diventa per loro una forma di partecipazione comunitaria in cui la dimensione del legame con il gruppo conta più dell’ideologia stessa. Le piattaforme digitali agiscono abbassando drasticamente la soglia d’accesso a contenuti suprematisti e antisemiti, permettendo un contatto rapido e continuo con forme di propaganda un tempo molto più difficili da reperire».

Nelle chat circolavano immagini di armi e materiale pedopornografico. Qual è il rischio di questa esposizione costante a contenuti così violenti?

«Il punto nodale è il processo di normalizzazione. Contenuti che una volta sarebbero rimasti confinati in piccoli gruppi marginali di provocatori, oggi entrano nel flusso del racconto quotidiano degli adolescenti e diventano parte integrante del loro consumo mediale abituale. I ragazzi finiscono per non percepire più la violenza o l’estremismo come elementi “altri” o devianti, ma come segni di appartenenza culturale e identitaria. Si innesca una sorta di assuefazione alla violenza rappresentata: che si tratti di armi o di materiale pedopornografico, il pericolo reale è che questi contenuti vengano normalizzati all’interno del gruppo. Questi minori saranno i giovani adulti di domani e crescono con un immaginario in cui la violenza è un codice comunicativo accettato. Siamo di fronte a una forma di radicalizzazione incrementale che passa per l’ironia tossica, la misoginia e i contenuti trasgressivi».

Le piattaforme social e i loro algoritmi che ruolo giocano?

«Le loro logiche algoritmiche sono progettate per premiare i contenuti polarizzanti perché sono quelli che generano più engagement. La violenza o la provocazione online funzionano come un incidente in autostrada: tutti rallentano per guardare, creando traffico e interazioni. Questo ambiente favorisce la creazione delle cosiddette camere dell’eco, gruppi in cui circolano solo posizioni che confermano i bias dei partecipanti. Poiché gli esseri umani tendono a cercare conferme alle proprie idee, la mancanza di un contraddittorio all’interno di queste bolle digitali convince il soggetto di essere nel giusto, alimentando forme di polarizzazione sempre più spinte. È il terreno ideale per trasformare fragilità adolescenziali e ricerca di identità in una radicalizzazione che si autoalimenta».

Possiamo fare un parallelismo con i “lupi solitari”?

«È fondamentale distinguere i piani per non cadere in errori interpretativi. Se da un lato non dobbiamo derubricare queste azioni a semplici “ragazzate” - perché sottovaluteremmo la portata culturale del fenomeno - dall’altro sarebbe eccessivo paragonare questi ragazzi a strutture terroristiche compatte, per quel che sappiamo dell’indagine. Certamente, il confine tra la provocazione online e il passaggio all’azione può essere sottile, specialmente quando si iniziano a procurare armi, ma qui la forza trainante sembra essere più la ricerca di un’esperienza collettiva e identitaria».

Cosa si può fare per prevenire che la radicalizzazione online diventi una deriva irreversibile?

«Il problema non è solo l’odio che circola online, ma il fatto che il digitale permetta a quell’odio di trasformarsi in una forma di appartenenza. Ciò che manca drammaticamente in Italia è una seria educazione digitale o media literacy. Non possiamo limitarci a colpevolizzare le piattaforme per deresponsabilizzare gli adulti, le famiglie e la scuola. Serve un intervento che non sia solo repressivo, ma formativo e preventivo».


 

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