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Non siamo un Paese per mamme: «Fare figli è un’impresa, ecco perché» – I dati in Toscana

di Matteo Rossi

	(foto di repertorio)
(foto di repertorio)

I numeri di “Save the Children” fotografano la situazione anche nella nostra regione. La sociologa: «Manca una visione per il futuro»

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Le madri in Toscana vivono in un equilibrio precario, faticoso, sospeso tra il lavoro e una vita privata che troppo spesso le vede sacrificare il desiderio di un figlio. L’ultimo dossier di Save the Children, “Le Equilibriste 2026”, mette a nudo questo paradosso attraverso il Mothers’Index, l’indicatore che misura i diritti e il benessere delle madri in Italia.

I dati toscani

Per la Toscana, il dato aggregato del 2025 è 104,844, un valore che la colloca al quarto posto in Italia, perdendo una posizione rispetto al 2024. Ma dietro questo numero apparentemente rassicurante si nasconde una realtà a due velocità con differenze significative a seconda dei diritti presi in esame. Ad esempio, la regione è seconda in Italia per il dominio “Lavoro”, ma sprofonda al quindicesimo posto per la “Demografia”, ovvero il numero medio di figli per donna.

«Negli ultimi anni – dice la sociologa Rita Biancheri, dell’Università di Pisa – sulle politiche di genere sono stati fatti alcuni passi avanti, almeno normativi. Siamo passati dal concetto di conciliazione a quello di condivisione. Prima si parlava di conciliazione dei tempi di vita, quindi lavoro e famiglia, con una visione androcentrica che vedeva le donne come uniche incaricate del lavoro di cura. Poi, grazie agli input dell’Ue, siamo passati a un approccio di condivisione del tempo tra uomo e donna: politiche della genitorialità come il congedo paritario».

Ma il cambiamento, al momento, rimane in gran parte sulla carta, corroborato dai dati sulla natalità che continuano a scendere anno dopo anno. «Il modello culturale – sottolinea Biancheri – resta quello asimmetrico e discriminatorio. L’inserimento tardivo delle donne nel mercato del lavoro sposta in avanti l’orologio biologico e questo incide parecchio. Anche se si esce dall’Università presto e con ottimi voti, l’inizio di un lavoro stabile avviene dopo i 30 anni; prima si passa da stage e contratti a termine, mentre le carriere rimangono ferme. Questa mancanza di stabilità compromette la decisione di fare figli».

E se la stabilità arriva tardi, la scelta quasi obbligata è quella del figlio unico. «Oggi la composizione familiare prevalente in Italia è quella del figlio unico. Un tempo esisteva la solidarietà intergenerazionale: la madre veniva aiutata dai nonni. Ma oggi, con l’allungamento dei tempi per la pensione e la maggiore mobilità, anche questo appoggio viene meno». La soluzione risiede dunque nelle politiche giovanili.

«Bisogna creare condizioni che scardinino il modello culturale e aiutino le coppie. Serve incidere sulla stabilità lavorativa. Quando si è economicamente sicuri, ci si sente liberi di progettare. Poi servono azioni sulla casa. I giovani oggi non possono permettersi un’abitazione. Anche i servizi di welfare come asili nido e welfare aziendale aiutano molto; in Toscana i servizi ci sono, i nidi ad esempio ricoprono il 30% dei bisogni. Infine, serve il congedo egualitario tra madre e padre, una proposta che in Italia è stata purtroppo sospesa. I bonus spot non servono a niente, c’è bisogno di interventi di ampio respiro e duraturi. Non si può dire che “non ci sono soldi”. Bisogna chiedersi se questi interventi siano prioritari o meno per un Paese che invecchia».

Nodo rappresentanza

Un altro tasto dolente emerso dal dossier riguarda il potere decisionale. Sempre secondo i dati di Save the Children, la Toscana si colloca al quattordicesimo posto nel 2025 per il dominio “Rappresentanza”, perdendo ben 11 posizioni rispetto al 2022, quando era terza. Un crollo che riflette una minore presenza femminile negli organi politici locali e nelle posizioni apicali dove si scrivono le regole del welfare.

«È un dato che preoccupa perché la sensibilità femminile è stata storicamente il motore delle riforme più significative sui servizi e sulla conciliazione», riflette la sociologa. Tuttavia, avverte Biancheri, la sola presenza fisica delle donne nelle istituzioni non è una garanzia automatica: «Non basta essere donna per fare politiche a favore delle donne. Se il modello culturale di riferimento resta quello patriarcale o legato a visioni tradizionali come “Dio, patria e famiglia”, l’asimmetria nei carichi di cura non verrà mai scardinata. Serve una massa critica di donne che porti un’idea diversa di società, che veda l’investimento sulla genitorialità non come un costo, ma come un pilastro della sostenibilità economica del Paese».

La medicina di genere

Il dossier tocca anche il tema della salute (Toscana al 7° posto), ma c’è un aspetto sommerso che la professoressa Biancheri sottolinea con forza: la medicina di genere. «Esiste una legge dal 2018, ma non è applicata e anche poco conosciuta. Ignorare che i sintomi delle malattie, come l’infarto, siano diversi tra uomini e donne porta a ritardi diagnostici clamorosi». Ma non è solo una questione clinica, è anche sociale. La “doppia presenza”, il dover essere performanti sul lavoro e contemporaneamente garanti della cura domestica, ha un costo biologico. «Il carico di cura – conclude Biancheri – che ricade quasi totalmente sulle donne genera una maggiore morbilità femminile. Assistere figli piccoli e genitori anziani contemporaneamente è un fattore di rischio per la salute che la politica non considera». Insomma, a quanto pare gli interventi da mettere in campo ci sono. «Basta avere una visione di futuro».

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