Nuovi assunti in Toscana? Straniero uno su quattro. Il perché e la mappa del “boom” (zona per zona)
Lo studio della Cgia di Mestre: la regione è divisa in due fra la costa e l’interno. Marinoni (Confcommercio): «Stiamo assistendo da anni a due fenomeni nuovi»
Sono previsioni e stime, perché ancora dati ufficiali non ce ne sono. Ma decisamente credibili dato che sono firmati dall’Ufficio studi della Cgia di Mestre, una delle fonti più attendibili in materia di analisi dei fenomeni socioeconomici del Paese, e basati sulla banca dati del Sistema informativo Excelsior di Unioncamere, il principale strumento italiano per monitorare previsioni occupazionali, fabbisogni professionali e competenze richieste dalle imprese.
Risultato? In Italia, nel 2025, sono stati un milione e 306mila i lavoratori stranieri assunti, ossia il 23% del totale. Praticamente quasi uno su quattro. Tantissimi, anche se nulla di sorprendente poiché, dati alla mano, nel 2024 lo stesso incremento era stato del 20%, l’anno precedente del 19% e quello prima ancora del 18%. Una crescita rapida e costante, insomma. Che interessa, e neppure poco, anche la Toscana.
La fotografia fra regioni
Perché nel Granducato la stima dei dipendenti stranieri assunti nel 2025 arriva addirittura al 28,6% (106mila), una percentuale che lo colloca non solo abbondantemente al di sopra della media nazionale, ma anche nella “top five” delle regioni italiane, superata solo da Trentino-Alto Adige (31,5%), Emilia-Romagna (30,6%), Lombardia (29,2%) e Veneto (29,1%).
E, attenzione, non è assolutamente un dato contingente e limitato allo scorso anno se vero che nel 2017 la stima dei nuovi assunti stranieri era pari a 41mila lavoratori e che otto anni dopo è salita a 106mila, ossia il 157,3% in più. Un incremento elevatissimo non solo in assoluto, ma anche nei confronti, rispettivamente, dell’aumento a livello italiano nazionale (+139,3%) e di quello registrato delle altre regioni dato che solo Basilicata (+306,1%), Trentino-Alto Adige (+236,7%), Umbria (+189,5%) , Calabria (+188,5%) ed Emilia-Romagna (+187,5%) ne hanno fatto segnare uno maggiore.
Ce ne sarebbe già più che abbastanza per spiegare l’enorme cambiamento nella composizione della manodopera che interessa la Toscana in misura anche più marcata del resto del Paese. Ma, invece, c’è di più. Ci sono almeno altri due dati del report che devono essere presi in considerazione per completare il quadro. Il primo: insieme alla Lombardia, la Toscana è la seconda regione d’Italia per incidenza di lavoratori stranieri sul totale degli occupati (16,6%). Di più, in termini percentuali, ce ne sono solo in Emilia-Romagna (17,4%).
In Toscana
Per il secondo bisogna scendere al livello provinciale e fermarsi a Prato: qui è immigrato più di un lavoratore su due (55,5%) fra quelli assunti nel 2025. Ampliando il raggio d’osservazione, però, si scopre pure che oltre la metà della Toscana (6 province su 10) è al di sopra della media nazionale: con Prato anche Firenze (30,6%), Arezzo (29%), Siena (28,5%), Grosseto (28,2%) e Pistoia (26,0%).
Maremma a parte, tutta la Toscana interna. Quella costiera, invece, è al di sotto di questa soglia: Pisa si ferma al 22,8%, Massa Carrara al 22% e Livorno e Lucca al 20,5% (entrambe). Al netto delle differenze territoriali, comunque non irrilevanti, è una “rivoluzione silenziosa” quella raccontata dalle analisi degli studiosi della Cgia di Mestre e che interessa, ormai da anni, l’interno mercato del lavoro italiano. È “silenziosa” solo perché non trova praticamente spazio nelle riflessioni della politica, anche se sono sufficienti cinque minuti di confronto con chi conosce da vicino il mondo del lavoro e delle imprese per rendersi conto che è tutto chiaro e alla luce del sole.
L’analisi
Come il direttore regionale di Confcommercio Franco Marinoni. Che non è sorpreso di niente: non della percentuale nazionale, ma neppure di quelle toscana e pratese. «Perché dovrei? Non da oggi, ma ormai da anni stiamo assistendo a due fenomeni differenti ma che finiscono entrambi con l’aumentare in modo considerevole la quota dei lavoratori stranieri – spiega –. Punto primo, ci sono lavori che gli italiani non amano più fare: basta affacciarsi in una qualsiasi cucina dei nostri ristoranti per rendersene conto. Punto secondo: non aumentano solo i lavoratori immigrati ma anche le imprese avviate e gestite da stranieri. In generale, comunque, molti migranti trovano impiego in comparti con una forte richiesta e difficoltà di reperimento di manodopera locale perché – continua Marinoni – spesso sono lavori stagionali, fisicamente impegnativi o con orari flessibili, in cui le aziende faticano a trovare candidati italiani. Di quali settori stiamo parlando? Più o meno quelli indicati dal report della Cgia di Mestre: agricoltura, edilizia, logistica, assistenza familiare e cura delle persone e ristorazione e turismo». Il punto per il direttore di Confcommercio Toscana è soprattutto uno: «Queste persone “non rubano” alcun lavoro – conclude –: semmai spesso coprono i vuoti creati dall’invecchiamento della popolazione e dal fatto che vi sono settori e mestieri poco o per niente attrattivi per i lavoratori italiani».
