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Firenze

Fa discutere

Spinte e schiaffi per un rigore in una gara di under 13: a Firenze la rissa sugli spalti prima della “Partita applaudita”

di Mario Neri

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(foto di repertorio)

Il match in questione, di Esordienti, anticipava una delle partite all’interno dell’iniziativa pensata proprio per promuovere il fair play in campo e non solo

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FIRENZE. C’è un bambino con la maglia numero 9 che lascia il campo, attraversa la linea laterale e corre verso la tribuna. Non per esultare, non per protestare, non per cercare un abbraccio. Corre per prendere suo padre e portarlo via. Per sottrarlo alla rissa. È l’immagine che resta di sabato pomeriggio all’Isolotto: un figlio che educa il genitore, mentre sugli spalti si consuma il contrario della comunità educante.

Cos’è successo

E l’incredibile è che accade pochi minuti prima della “Partita Applaudita”, l’iniziativa organizzata da Lega dilettanti, Coni, Figc, Regione e Anci e nata in Toscana per ricordare che nel calcio giovanile si sostiene “solo con gli applausi”. Il campo è pronto, lo spirito pure. Ma prima va in scena la gara di Esordienti Under 13 tra Isolotto e Casellina, campionato senza classifica, arbitro un genitore, per di più con patentino. In palio non c’è nulla se non il gioco.

Basta un rigore assegnato alla squadra di casa, le proteste montano, dalle parole si passa agli spintoni, poi agli schiaffi. E sopra e sotto gli spalti urla, «vergogna», «fate schifo». I ragazzi guardano, increduli. Alcuni provano a separare gli adulti. Uno trascina via suo padre.

Il paradosso è tutto lì: mentre si prepara una giornata contro insulti e aggressività, la preview è una rissa. L’assessora allo Sport Letizia Perini era lì, alla rete, ad aspettare la “Partita Applaudita”. Ricorda che i protagonisti sono solo due genitori, uno per parte, e che la maggioranza dei presenti ha mostrato indignazione.

Le reazioni

«Serve uno sforzo collettivo – dice – perché chi sta sugli spalti fa parte del movimento quanto chi sta in campo». Il comunicato del Casellina stigmatizza e si dissocia, propone un allenamento congiunto. Gesto non retorico: spostare l’attenzione dal conflitto alla relazione.

Ma è la voce di Giovanni Biondi, presidente dell’Upd Isolotto, a prendere la questione alla radice. Docente universitario, già presidente dell’Indire, l’Istituto nazionale per l’innovazione educativa del ministero dell’Istruzione, guarda il suo campo e scuote la testa. «Amareggiati, è la parola giusta. Siamo amareggiati, perché un episodio isolato rovina il lavoro di un anno e più». Parla di volontariato, di un quartiere di periferia dove il calcio è presidio sociale, cartelli che invitano al fair play, riunioni a inizio stagione per spiegare che ai bambini e all’arbitro non si urla contro. «A volte la situazione è incontrollabile, i genitori si lasciano trasportare. Questa volta per una cosa assurda: un campionato under 13 senza classifica». Poi cambia tono. Non più solo pedagogia.

«Ho chiamato i genitori, e spiegato loro le cose. Convocherò anche una riunione. Se i genitori fanno un danno, ci saranno conseguenze. Se dovesse risuccedere, la partita dopo il figlio sta in panchina o non viene convocato». Le ramanzine non bastano più. «Mi dispiace. Ma se a parole non lo capiscono lo capiranno con i fatti».

È una scelta dura, ma racconta la stanchezza di chi tiene insieme pezzi di comunità. Non si tratta di un fatto di cronaca nera, ma scuote la coscienza della comunità. Il calcio giovanile è uno specchio: riflette ansie, frustrazioni, identità. E chiede responsabilità silenziosa. Quella che trattiene la parola prima che diventi offesa, il gesto prima che diventi schiaffo. Alla fine la “Partita Applaudita” si gioca. Gli applausi arrivano. Ma resta l’immagine del bimbo che riporta l’adulto al suo posto. In quel ribaltamento c’è tutto il lavoro che resta da fare.

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