Violenze, botte e minacce in classe: ora i genitori fanno “sciopero”
Grosseto: un ragazzo con problemi semina terrore, le famiglie sono esasperate
GROSSETO. Botte e minacce – anche di morte – ai compagni undicenni, e minacce anche ai professori. Scattano le denunce e le Pec al provveditorato ma la situazione, che va avanti da ottobre, non si risolve. E i genitori, messi alle strette, prendono una decisione drastica.
L’incubo in una scuola secondaria di primo grado di Grosseto, nel cuore della Maremma, solleva un interrogativo di rilevanza nazionale, in un crescendo incessante dalla prima campanella dell’anno scolastico, così in classe come sui social. Ma non è bullismo: è un caso sociale.
Al centro un ragazzino un po’ più grande (lo chiameremo Dario, nome di fantasia) le cui esuberanze, anche pesanti, possono suscitare ilarità negli altri, che non hanno gli strumenti per capire qual è la realtà, come invece suggerisce la presenza dell’insegnante di sostegno. Le famiglie però quegli strumenti ce li hanno e capiscono subito la necessità di intervenire.
Negli ambienti, funziona così, le cose “si sanno”: ai tempi delle elementari Dario avrebbe messo le mani addosso a un maestro; ha delle difficoltà, e infatti è seguito, ma nel suo fascicolo – riservato – sarebbe indicata una problematica diversa da quella reale, ma comunque rigetta ogni forma di disposizione o imposizione, e infatti non si attiene a quanto gli è stato prescritto. Nello zaino porta forbici da cucina, petardi, preservativi, una sigaretta elettronica. Mano a mano le sue battute diventano offese, le risposte minacce, gli scherzi vessazioni, indiscriminate e sfrenate.
«Ci siamo confrontati tra noi e con alcuni professori e abbiamo fatto presenti le nostre preoccupazioni alla dirigenza e in seno ai consigli, e a sua madre e a suo padre. Ma non abbiamo mai avuto risposte esaustive», raccontano alcuni genitori, chiedendo l’anonimato, e precisano: «Lui deve essere aiutato, ma i nostri bambini devono essere protetti. E se la scuola non fa niente dobbiamo farlo noi». È così che una decina di famiglie si ritrova costretta a ricorrere all’articolo 2048 del codice civile che disciplina “Responsabilità dei genitori, dei tutori, dei precettori e dei maestri d'arte”, studenti a casa per una settimana; per cominciare.
L’astensione è cominciata ieri, segue una difficile riunione che i genitori hanno fatto venerdì sera e si allinea con la settimana di sospensione che l’istituto ha dato a Dario a seguito dell’ennesimo episodio, con obbligo di frequenza; coincide con la pausa didattica, cioè la sospensione delle lezioni tradizionali per dedicarsi ad attività di approfondimento, al potenziamento o al recupero delle insufficienze, e si sovrappone (segnalano alcune famiglie) a un periodo di assenza assunto dal vertice della dirigenza.
Una decisione drastica, si diceva, dettata da episodi che hanno superato il limite. «Aggressione», recita un referto del pronto soccorso che mette a verbale un trauma cranico giudicato guaribile in cinque giorni: il ferito, 10 anni, ha ricevuto un pugno in fronte al culmine di un diverbio nato dal fatto che Dario gli aveva strappato un foglio dal banco; e non è l’unica. Segue una denuncia in questura, ma altre ne sono state fatte ai carabinieri così come alla polizia postale. «Mia figlia è stata minacciata di morte», racconta ancora una madre, che spiega: «Da allora ogni giorno devo andare a prenderla. Ha paura a uscire da sola, mi dice che dentro la scuola si sente relativamente al sicuro ma fuori teme di incontrarlo».
A niente era servita una raccolta firme, a nulla è valsa una lettera formale inviata da uno studio legale cittadino all’istituto: una diffida atta all’adempimento degli obblighi di controllo e organizzazione in capo alla dirigenza affinché adotti le più opportune misure «contenitive» della condotta del ragazzino, in modo da garantire il normale e sereno svolgimento dell’attività scolastica. «Non vogliamo che lui venga cacciato, non vogliamo cambiare scuola ai nostri figli: non si scappa da tutto questo ma lo si affronta, ciascuno con le proprie responsabilità», riassumono le famiglie, che tuttavia ancora non sanno che cosa faranno quando l’astensione sarà finita: «Ci sentiamo abbandonati».
Abbiamo provato a contattare la dirigenza ma non abbiamo ricevuto risposta.
