Dietro le risse e gli episodi di violenza crescono i casi d’ansia: «Adolescenti più fragili tra insicurezza sociale e ferite della pandemia»
I giovani fuori casa non si sentono protetti e le aggressioni li rendono sempre più ansiosi. Ecco cosa hanno raccontato e l’analisi della counselor del Gramsci Keynes, Dania Biagini e della psicologa Laura Remaschi
Da un’intervista fatta a degli studenti di Prato e Firenze dai 15 ai 20 anni scopriamo, con poca sorpresa, che la maggior parte non si sente per niente a suo agio fuori dalla propria dimora, al riguardo Alessia, 17 anni, dell’Istituto Statale d’istruzione superiore Gramsci Keynes, dice: «Sentirmi al sicuro fuori casa dipende molto dal dove e dal quando. Soprattutto la sera preferisco sempre essere accompagnata. Molto spesso - prosegue - camminando per la mia città subisco catcalling e questo mi fa sentire a disagio».
Lorenzo, 20, fiorentino che frequenta l’università di Pisa, precisa: «È scandalosa la mancanza di sicurezza in una città così popolosa». Tommaso Bianchi, 17, del Gramsci Keynes, quando gli viene chiesto cosa pensa delle spedizioni punitive fra bande di giovani, come quella recentemente accaduta davanti all’Istituto statale d’istruzione superiore Datini, in via di Reggiana, o come l’accoltellamento del diciassettenne fuori dal Tenax, discoteca in via Pratese a Firenze, risponde: «Penso che questo mondo sia sempre più sbagliato, e che il prossimo potrei essere io». In questa breve affermazione è racchiuso il pensiero di una gran fetta delle persone che ho intervistato, e che rispecchia la sensazione di incertezza che serpeggia soprattutto fra i giovani.
Ormai la paura di essere aggredito anche durante una semplice uscita a fare la spesa, andando a scuola, andando a divertirsi, com’è il caso del Tenax, o perfino rientrando a casa, come il caso della donna aggredita mentre stava per entrare nella sua casa a Carmignano, è come un peso che si posa sulle nostre spalle appena varchiamo lo stipite delle nostre dimore. Questa paura porta, in alcuni individui, il bisogno di dover avere "un’arma segreta" sempre con sé, che sia un coltellino, un coltello da cucina o persino una pistola. E appena vengono minacciati, anche lievemente, ecco che tutt’a un tratto avviene un’altra tragedia.
La counselor del Gramsci Keynes Dania Biagini, che ogni giorno ascolta attivamente decine di giovani, quando le chiediamo se ha notato un aumento sia di aggressività che di ansia nei giovani risponde così: «Sì, soprattutto di ansia. Sono pieni di questa emozione che non sanno vedere per quello che è veramente: paura, agitazione. Ho notato un aumento anche dell’aggressività, e credo sia perché i giovani non riescono più a gestire la rabbia». Parole che ci fanno riflettere su quanto la gioventù sia in difficoltà in questo clima incerto e che quindi non riesca a sostenere il peso delle aspettative sempre più irraggiungibili. Dal punto di vista di Laura Remaschi, da anni psicologa, escono alcuni concetti fondamentali che, purtroppo, non sempre vengono presi in considerazione: «Ho notato, di recente, un aumento di aggressività e di ansia che in altri tempi non era così alto e credo che ciò sia influenzato fortemente dal condizionamento sociale, che ha un ruolo importante in questo, e dalla percezione di un’insicurezza a livello ambientale, sociale, economico e politico che certamente non aiuta alla già instabile condizione fisiologica portata dall’adolescenza. È quindi l’insieme dei fattori a determinare il risultato, non una singola motivazione. La pandemia, poi, è stato un trauma collettivo che ha infierito nella crescita dei nostri giovani e che ha intaccato il loro modo di apprendere come gestire le emozioni. I giovani - aggiunge la dottoressa - soffrono di "un’impotenza appresa" che non apparterrebbe loro e che li porta alla delusione continua del mondo e a non avere prospettive future positive». Nonostante ciò, Remaschi rimane positiva e loda la capacità riscontrata nei ragazzi di saper riconoscere quando chiedere aiuto, che in questi tempi si è molto sviluppata. Conclude dicendo che alcuni sono, al contrario di altri, motivati da questo mondo, apparentemente così inetto, e sperano di cambiarlo per il meglio. «Invito la scuola e le famiglie - infine - a impegnarsi in un’educazione preventiva della demotivazione, puntando ad una società migliore e più consapevole». *Studentessa di 17 anni dell’Istituto Gramsci – Keynes di Prato
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