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L’intervista

“Porti d’Italia”, Stanziale (Filt Cgil): «No a una logica del profitto che prevarica i diritti»

di Maurizio Campogiani

	Il nuovo segretario
Il nuovo segretario

Parla il nuovo responsabile nazionale porti della Filt Cgil, Eugenio Stanziale, che esprime il suo giudizio rispetto al disegno di legge che intende riformare l’intero settore

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Da due mesi Eugenio Stanziale, segretario nazionale della Filt Cgil, si occupa del settore portuale. Ha preso il posto di Amedeo D’Alessio, passato ad altro incarico, e in precedenza aveva svolto, tra gli altri, il ruolo di segretario generale della Filt Cgil di Roma e del Lazio. Ha quindi tutti gli elementi per poter esprimere un giudizio sul disegno di legge di riforma dei porti, che ha avuto il via libera da parte del Governo, e in particolare sulla “Porti d’Italia”, la spa che dovrebbe centralizzare alcune delle attività attualmente svolte delle autorità di sistema portuale.

«Senza giri di parole – esordisce – siamo fortemente contrari a questo decreto legge. Dietro il linguaggio rassicurante, caratteristico di questo governo senza visione, dell’efficienza e della modernizzazione, il disegno di legge denominato “Porti d’Italia S.p.A.”, a nostro avviso, propone una trasformazione profonda e pericolosa del sistema portuale nazionale. Una riforma che rischia di smantellare un presidio pubblico strategico per il paese, sacrificando lavoro, sicurezza e interesse collettivo. Il Governo anziché far funzionare il coordinamento dei presidenti, così come previsto dalla legge in vigore, decide di avocare a sé la gestione mediante una società per azioni che accentrerebbe la governance dei porti italiani, superando l’attuale sistema delle Autorità di Sistema Portuale, cosa che invece con ipocrisia non si dice. Una scelta che segna un cambio di paradigma: i porti non più come infrastruttura pubblica al servizio del Paese, ma come asset economico da valorizzare secondo criteri di mercato».

Cosa non vi piace in particolare?

«Una criticità riguarda il metodo. Il disegno di legge riduce drasticamente gli spazi di partecipazione democratica e di rappresentanza dei territori, comprimendo il ruolo delle istituzioni locali, delle comunità portuali e delle parti sociali. Una governance verticistica, concentrata in pochi centri decisionali, rischia di allontanare le scelte strategiche dai bisogni reali dei lavoratori e dei territori. Non comprendiamo poi perché questa scelta viene fatta da una compagine governativa, la Lega, che fa del territorio e della sua autonomia il cuore del suo progetto politico. Certo i porti italiani non sono realtà omogenee: hanno storie, funzioni, equilibri occupazionali e ambientali profondamente diversi. Ma questa è la specificità storica e culturale del nostro Paese. Uniformare tutto sotto una S.p.A. nazionale significa ignorare questa complessità e imporre una logica standardizzata, funzionale solo agli interessi dei grandi operatori logistici e finanziari».

C’è dell’altro?

«C’è un ulteriore elemento che ci allarma e riguarda il lavoro. L’introduzione di una società per azioni, con compiti di strategia, governo e regolazione dei processi di pianificazione del sistema portuale, potrebbe diventare lo strumento per attivare processi di esternalizzazione, precarizzazione e dumping contrattuale. Quando il profitto diventa il parametro guida, il costo del lavoro è la prima voce su cui intervenire. Non esistono, nel disegno di legge, garanzie chiare e vincolanti sulla tutela dell’occupazione, sul mantenimento dei contratti collettivi di settore, sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. Un silenzio che pesa come un macigno in un comparto già segnato da ristrutturazioni, automazione spinta, carichi di lavoro crescenti e da una incertezza geopolitica che avrà effetti sul settore, strategico per la crescita del paese».

Non pensate che comunque qualche cambiamento andrebbe fatto, visto che lo scenario si va modificando velocemente?

«Come ripetiamo da tempo, i porti infatti non sono semplici nodi logistici: sono infrastrutture strategiche per la sovranità economica, la sicurezza nazionale, la coesione territoriale. Affidarli a una logica societaria significa esporli maggiormente a interessi privati, anche internazionali, riducendo la capacità dello Stato di esercitare un controllo pieno su snodi vitali per il Paese. Il rischio è quello di una progressiva privatizzazione mascherata, in cui il pubblico resta a gestire le criticità mentre i profitti vengono socializzati verso pochi soggetti forti. Il sindacato non è contrario al cambiamento, e certamente non si opporrà ad una riforma che parta da alcuni principi non negoziabili: centralità del lavoro, sicurezza sul lavoro, partecipazione democratica, funzione pubblica delle infrastrutture strategiche, sviluppo sostenibile e sicuro. “Porti d’Italia S.p.A.”, così com’è concepita, va nella direzione opposta. Per questo va fermata e profondamente ripensata, aprendo un vero confronto con chi nei porti lavora ogni giorno e ne garantisce il funzionamento. Lavoro, diritti e futuro collettivo, sono e saranno la nostra bussola».

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