Il Tirreno

Toscana

L’intervista

«Fenomeni violenti e sete d’acqua», così cambia il clima in Toscana: il rischio «maggiore» e le criticità che preoccupano

di Libero Red Dolce
Un'immagine di Volterra innevata il 6 gennaio 2026 e l'alluvione a Sesto nel marzo 2025
Un'immagine di Volterra innevata il 6 gennaio 2026 e l'alluvione a Sesto nel marzo 2025

La professoressa Monica Bini (Università di Pisa) traccia le sfide del futuro per un territorio sempre più fragile

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L’invito più importante è quello di non cedere all’idea che “non ci sia più nulla da fare”. La Cop21 di Parigi, nel 2015, segnò una svolta nella politica climatica globale con l’adozione dell’Accordo di Parigi. L’intesa puntava a contenere l’aumento della temperatura media globale ben sotto i 2°C, cercando di limitarlo a 1,5°C, ridurre rapidamente le emissioni di gas serra e raggiungere la neutralità climatica nella seconda metà del secolo. A distanza di anni, però, molti obiettivi risultano mancati: le emissioni globali continuano a crescere, gli impegni nazionali sono insufficienti o disattesi e la soglia di 1,5°C appare ormai fuori portata senza interventi immediati e drastici.

Secondo la professoressa Monica Bini, professoressa e presidente del corso di laurea magistrale in Scienze Ambientali dell’Università di Pisa, l’importante è «non pensare che “sia tutto perduto”, ma gli scenari più ottimistici delle proiezioni climatiche non sono più realistici. La responsabilità va condivisa, dai governi ai cittadini».

L’aumento degli eventi estremi in Toscana nel 2025 è molto marcato. È un trend previsto?

«Dal punto di vista scientifico l’aumento degli eventi estremi era considerato certo soprattutto per il Nord Europa, mentre per l’area mediterranea c’erano maggiori incertezze. Negli ultimi due anni, però, i dati indicano chiaramente che anche qui la tendenza è delineata ed è allarmante. Gli eventi estremi generano emergenze legate alla pericolosità e al rischio idraulico, ma non contribuiscono alla ricarica delle falde come farebbero piogge regolari e ben distribuite. Stiamo andando verso siccità sempre più marcate insieme a un aumento delle crisi idrauliche».

Quali fenomeni rappresentano oggi il rischio maggiore per la Toscana?

«È entrato in crisi soprattutto il reticolo idrografico secondario. I grandi fiumi sono monitorati da sistemi di allerta efficaci, mentre i corsi d’acqua minori, che fanno meno paura, sono spesso privi di adeguate misure di mitigazione. Proprio questi hanno causato i danni più gravi e anche vittime. A ciò si aggiunge un problema meno visibile ma cruciale: la riduzione della ricarica idrica, dovuta alla diminuzione delle precipitazioni complessive annue».

Quali altre criticità emergono?

«Penso alle frane, soprattutto in aree come la Garfagnana, e all’erosione costiera. In natura l’erosione del suolo e l’apporto di sedimenti ai fiumi tenderebbero a compensare l’erosione delle spiagge, ma dighe e briglie alterano questo equilibrio. Oggi questi processi faticano a compensarsi».

Come università come lavorate con i consorzi di bonifica?

«Da un lato stiamo sviluppando modelli, anche con tecniche di intelligenza artificiale, per ottimizzare gli emungimenti, prelevando solo l’acqua strettamente necessaria. Dall’altro bisogna accettare che in alcune aree non è sostenibile mantenere i territori sempre asciutti: è necessario riallagare zone specifiche e puntare su colture adatte a suoli acquitrinosi»

Quali priorità per i prossimi 5–10 anni?

«La Toscana dispone di una buona rete di monitoraggio climatico, ma conosce ancora poco il trasporto solido dei fiumi, fondamentale per comprendere l’equilibrio tra erosione del suolo e costa. Dal punto di vista gestionale, servono manutenzione e sperimentazioni sui canali: l’escavazione dei sedimenti aumenta la sicurezza idraulica, ma le norme spesso impongono lo smaltimento in discarica. Occorre individuare procedure di riuso o deposizione sicura alternative, che permettano di intervenire efficacemente senza aggravare l’impatto ambientale».

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