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Collodi, il parco di Pinocchio è in crisi. C’è un piano per rilanciarlo: nuova gestione e maxi investimento nel borgo

di Luca Signorini

	Un’installazione che ricorda la celebre balena (Foto Nucci)
Un’installazione che ricorda la celebre balena (Foto Nucci)

Un progetto visionario per il celebre paese di Collodi, in crisi di presenze: servono dai 30 agli 80 milioni di euro, ma forse ci sono. I dettagli di un’operazione che prevede anche dei rigidi paletti

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Per traghettare il Parco di Pinocchio e il paese di Collodi fuori dalle sabbie mobili e per dargli un futuro, c’è all’orizzonte un progetto milionario, l’ingresso di soci privati, acquisizioni, l’albergo diffuso nel Castello. E una nuova gestione che prenderà le redini dal 1° ottobre, secondo previsioni. Ma anche il rischio di perdere quella vocazione storica che la Fondazione nazionale “Carlo Collodi” difende fin dal momento della sua costituzione nel 1962, avvenuta con decreto del presidente della Repubblica.

Istituzione culturale con cariche onorifiche, nasce per combattere l’analfabetismo di ritorno e come centro di educazione all’infanzia. È un luogo di lettere e arti che mal si concilia, e anzi trova resistenze, col business, con i manager. Ma adesso senza quello e questi Pinocchio comincia a soffrire: la Fondazione ha 3 milioni di euro di debiti - «ma oltre 2 milioni sono mutui per investimenti», precisa il suo presidente Pier Francesco Bernacchi - i conti pignorati dal Comune di Pescia per il mancato versamento della Tari (cifra dell’accordo transattivo circa 300mila euro, su un valore reale di 700mila e rotti), il 30% in meno di visitatori negli ultimi anni e 500mila euro di mancati incassi nelle ultime stagioni (marzo-ottobre), «in questo caso tanto è dovuto alla chiusura per un anno del Ponte all’Abate, sulla strada regionale Lucchese», ancora Bernacchi.

Da queste parti Pinocchio non è più da tempo una favola e i balocchi non sono trastulli, ma una cosa serissima sulla quale ci si accapiglia, quasi alla lite. C’è un indotto da far risorgere, ristoranti da riaprire (sono chiusi l’Osteria del Gambero Rosso e il bar interno al Parco), botteghe da risollevare, turisti e famiglie da riportare, l’immagine da ripulire (non fosse altro nella cartellonistica stradale). Ma è bene intendersi. Il Parco di Pinocchio non è Gardaland e non è Disneyland, si ritorna alla vocazione originaria e mantenuta: protetto da stringenti vincoli della Soprintendenza, il suo vero volto è quello di un parco d’arte, un parco per giocare e per imparare. Non è insomma un parco divertimenti, dove c’è il brivido e ci si affanna nelle corse disperate. La funzione educativa viene prima di quella ludica. La crisi emersa è in qualche misura dovuta anche a un difetto di comunicazione esasperato al massimo dal coacervo di recensioni in buona misura negative che trasudano dai nostri schermi sempre accesi.

L’originale Pinocchio non può essere toccato - il primo nucleo risale al 1956 col professor Rolando Anzilotti, anche sindaco di Pescia, si amplia col percorso monumentale nel 1972 - ma è possibile intervenire tutt’intorno. Già oltre il fiume c’è il parco avventura: infanti con l’imbracatura tra corde, salti e manovre d’equilibrismo. La Fondazione ha acquisito - ecco i mutui - un’ampia area a parcheggio e una palazzina nella piazzetta del paese dove sistemare e aprire al pubblico l’immenso patrimonio librario per l’infanzia - compresa la prima edizione de “Le avventure di Pinocchio” - ora in parte dislocato altrove e in parte chiuso nella biblioteca Collodiana di Villa Arcangeli, sede dell’istituzione, ma ignota ai più. E anche 12 ettari di terreno (già sul territorio di Capannori, in Lucchesia) alle spalle della statua in legno di Pinocchio più alta del mondo, ben 16 metri di stazza.

Si dovrebbe ripartire da qui. In questo poggio a prati e bosco, si studia la nascita di una fattoria didattica e del Parco degli amici di Pinocchio, per cominciare. Le firme sui vari padiglioni e installazioni - di arte educativa ambientale - sono di archistar come Zaha Hadid (recentemente scomparsa), Daniel Libeskind, Mario Botta. Hanno dato un contributo anche loro a quello che sarà il Parco policentrico Collodi Pinocchio, che andrà a integrare l’attuale area monumentale e intoccabile per traghettarla nel futuro e farla uscire dalle sabbie mobili: in sostanza, aggiungendo il divertimento, il gioco nella sua più alta accezione commerciale e moderna.

Servono dai 30 agli 80 milioni di euro, ma forse ci sono. Perlomeno sembrerebbe. La notizia: dal 1° ottobre è previsto il cambio di gestione dell’attuale Parco di Pinocchio e anche delle altre due emergenze di Collodi, gli scenari magnifici di giardino e villa Garzoni, quest’ultima completamente da restaurare con la targa “Monumento nazionale” annerita dagli anni. Si è costituita una srl, si chiama Newco: ne fanno parte la Fondazione nazionale Collodi - «non avremo poteri gestionali, ma ci è garantito il 51% delle quote nelle decisioni», assicura il presidente Bernacchi - il gruppo Fbh (settore della logistica) della famiglia Bertola, già proprietaria del compendio Garzoni, il gruppo Costa Edutainment (nel portfolio ha tra gli altri l’acquario e la Città dei bambini di Genova, l’acquario di Livorno, l’Italia in miniatura di Rimini, l’Acquafan di Riccione). Novità dell’ultima ora: dentro alla Newco anche la casa editrice Giunti di Firenze (ha il pregio di aver dato alle stampe la prima edizione di Pinocchio e di aver aperto nel capoluogo il Pinocchio museum experience di via Ricasoli) e poi un fondo di investimento con capitali italiani ed esteri, per ora top secret. Uscirà dall’ombra quando la srl si trasformerà in società per azioni, questo è lo scenario che attende il burattino.

Perché se da una parte ancora non funzionano lo spruzzo d’acqua del grande pescecane di Marco Zanuso e il getto d’aria dalla coda del serpente in bronzo di Pietro Consagra, e l’edera continua a seccare nel labirinto di Pietro Porcinai, nell’ex cartiera Panigada, diroccata da anni di fronte all’ingresso del Parco di Pinocchio, è prevista la nascita di un Paese dei balocchi come s’intende al giorno d’oggi, divertimento puro, giostre e montagne russe. Dove i bambini si affannano anche d’inverno, perché l’area giochi sarà al coperto. E oltre il chiosco delle informazioni turistiche nella piazzetta, chiuso in una giornata d’agosto, un albergo diffuso: camere a Villa Garzoni (ma lasciata aperta alle visite turistiche), nella più piccola Palazzina d’Estate, su a Collodi Castello tra la trentina di famiglie residenti ancora superstiti. E per raggiungere questi pregi artistici e architettonici, una scenografica teleferica dal giardino che ospita la Casa delle farfalle. In quei milioni c’è anche compresa l’ex cartiera Vamberti, scempio che si incontra arrivando a Collodi: lì ci asciugavano la carta come si stendono i panni al vento e al sole, ma la proprietà per ora non vuole vendere. Nei piani, sarebbe il maxi ingresso del Parco policentrico.

Nella decadenza di Collodi e tra i pezzi artistici che non sono giochi - le storiche giostrine in ferro che non si possono riparare, i carrozzoni di Mangiafuoco e la casa dell’Omino di burro dell’anteguerra - il nuovo paese dei balocchi potrebbe trasformare il nostro (di tutti) Pinocchio. Da favola qual è, metafora della vita, a mercimonio. 

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