Guerra in Palestina, raid di bombe sulle persone in attesa di ricevere aiuti: oltre cento morti
Almeno 36 delle vittime sono state colpite nelle vicinanze dei siti di distribuzione degli aiuti gestiti dalla Gaza Humanitarian Foundation
GAZA Nuova giornata di sangue a Gaza, con oltre 100 palestinesi uccisi dai raid incessanti dell'esercito israeliano. Almeno 36 delle vittime sono state colpite nelle vicinanze dei siti di distribuzione degli aiuti gestiti dalla Gaza Humanitarian Foundation (Ghf) vicino alle città di Khan Younis e Rafah. «È stato un massacro, l'occupazione ha aperto il fuoco su di noi indiscriminatamente», ha raccontato Mahmoud Mokeimar, tra coloro che già alle prime ore del mattino si stavano avvicinando ai siti per riuscire ad accaparrarsi qualche aiuto. «Abbiamo gridato: “Cibo, cibo”, ma non ci hanno parlato. Hanno semplicemente sparato», ha aggiunto Sanaa al-Jaberi, una donna di 55 anni. La Ghf ha assicurato in una nota che non si sono verificati incidenti nei pressi dei suoi centri e che gli spari sono avvenuti lontano e ore prima della loro apertura. L'esercito israeliano (Idf), dal canto suo, ha ammesso di aver aperto il fuoco ma solo per «spari di avvertimento» nei pressi di Rafah, dopo che un gruppo di «persone sospette si era avvicinato alle truppe e aveva ignorato l'invito a mantenere le distanze».
Il cessate il fuoco nell'enclave palestinese sembra sempre più lontano, nonostante continuino i negoziati a Doha, in Qatar, sotto le pressioni del presidente degli Stati Uniti. Donald Trump, infatti, spinge per una tregua in tempi rapidi che porti al rilascio degli israeliani ancora a Gaza. «Abbiamo recuperato la maggior parte degli ostaggi. Ne avremo altri 10 a breve e speriamo di concludere in fretta», ha assicurato durante una cena con i senatori repubblicani alla Casa Bianca.
Intanto gli Stati Uniti possono intestarsi un altro cessate il fuoco, quello tra Israele e la Siria, che pone fine agli scontri tra comunità beduine e druse nella provincia siriana di Sweida, dove, secondo l'ong Osservatorio siriano per i diritti umani, in una settimana sono state uccise circa 940 persone. «Invitiamo drusi, beduini e sunniti a deporre le armi e, insieme alle altre minoranze, a costruire una nuova identità siriana unita», ha scritto nella notte tra venerdì e sabato l'ambasciatore statunitense in Turchia Tom Barrack. Uno stop ai combattimenti confermato dopo poche ore anche dalla presidenza siriana. Il leader ad interim di Damasco, Ahmed Al-Sharaa, ha suggellato l'intesa con un discorso televisivo alla nazione in cui ha promesso «la protezione di tutte le minoranze» e che «i trasgressori vengano chiamati a rispondere delle loro violenze». Ha poi elogiato i drusi come «pilastro fondamentale del tessuto nazionale siriano» e ha chiesto ai beduini «di impegnarsi pienamente a rispettare il cessate il fuoco».