I cento anni della “bella Elvira”, il suo assassino mai individuato: in Toscana il primo femminicidio dell’Italia repubblicana
La giovane si sarebbe dovuta sposare, fu sgozzata dopo un agguato nel bosco: aveva 22 anni e stava andando a prendere l’acqua alla fonte
Il 3 giugno 1925 nasceva Elvira Orlandini. Il 5 giugno 1947 una mano assassina e ancora sconosciuta volle infierire sul suo corpo e lasciò questo mondo. Elvira nasceva alle avvisaglie della dittatura fascista, Elvira se ne andò agli albori della nascente Italia repubblicana che ancora non si era data la Carta costituzionale. Il 1947 in Italia fu un anno di grandi cambiamenti e sfide su un territorio uscito devastato, crivellato e irriconoscibile dal secondo conflitto mondiale. Toiano, minuscolo paese - oggi senza più abitanti - del territorio di Palaia dove la provincia di Pisa divide idealmente il panorama verde e pianeggiante verso il mare con quello brullo e collinare verso il Volterrano, è al centro dell’intera e tragica vicenda. I suoi anni, Elvira, li aveva trascorsi tutti in questa campagna, abitando con la sua famiglia un podere della ricca famiglia italo-svizzera Salt, padrona di Villa San Michele e dei terreni circostanti. Con Elvira, la sorella gemella, una sorellastra, il padre Antonio e la mamma Rosaria. Poi si era aggiunto il cognato. Rosaria era rimasta vedova da anni, con una figlia piccola da crescere. E Antonio aveva pensato di unirsi a lei.
Era una famiglia all’apparenza del tutto normale, dedita al duro lavoro nei campi. Elvira, crescendo, alternava il tempo andando a servizio proprio dai signori Salt in occasione di feste e ricevimenti in villa. Si era fatta bella, Elvira: capelli neri corvino, occhi scuri e profondi, non molto alta ma ben proporzionata. Tanto attraente che in paese ben presto fu chiamata “bella Elvira” a significare il suo portamento e le sue grazie. Molti i ragazzi, non soltanto di Toiano, che ci avevano posato gli occhi per fidanzarsi, ma lei non ci badava più di tanto.
Intanto era tornato dalla guerra sul fronte albanese, prima di essere catturato e portato in un campo di concentramento in Germania, un giovane che abitava con i genitori e la sorella in un podere non molto distante da quello di Elvira, sulle pendici che salgono sul tufaceo colle di Toiano. Era pieno di volontà, tutta quella che occorreva per raddrizzare le sorti economiche devastate dalla guerra della famiglia. Lavorava sodo pure lui nei campi, Ugo Ancillotti, 25 anni. Le feste religiose erano l’occasione di incontri tra i giovani primo o dopo le funzioni nella chiesa di Toiano. Elvira e Ugo in questo modo avevano avuto il tempo di conoscersi. E apprezzarsi. Dicevano che erano davvero una bella coppia. Si volevano bene. Tant’è che quel 1947 sarebbe stato l’anno del loro matrimonio. A dire il vero lo avrebbero già voluto celebrare in quel giugno ’47 ma i lavori nei campi scandivano il ritmo e le esigenze degli umani. E a giugno c’era da mietere il grano, non era il tempo delle nozze. Che, infatti, erano state rimandate in autunno, dopo la vendemmia e prima della raccolta delle olive.
Ma quel 5 giugno sconvolse tutti i piani. Era la festa del Corpus Domini, quando ancora si celebrava al giovedì. Al mattino, prima della messa solenne delle 11, Ugo era andato in paese e con gli amici si era soffermato a bere un bicchiere di Vermouth al bar di Toiano. Si era incontrato anche con Elvira. Poi si erano incamminati per tornare a casa, passando da quella di lei, dove mamma Rosaria aveva pronto una cesta di fagiolini per la famiglia Ancillotti. I due giovani si erano lasciati dandosi appuntamento a Toiano per le 5, orario della processione del Santissimo sacramento.
Al podere Santa Maria inizia il pranzo. Poi le donne fanno le faccende; il cognato di Elvira va a riposare al piano di sopra, il padre va sull’aia davanti casa al fresco di una rigogliosa pianta di fico. Sono le 15 quando Elvira è sulla porta pronta ad andare ad approvvigionarsi di acqua a una fonte di campagna distante circa 200 metri, ai bordi della strada comunale che va verso Villa San Michele e poi a Toiano. Dà una voce all’amica Iva che abita nel podere di fronte, su un terrapieno al di là della strada, ma questa le dice che a prendere l’acqua c’è già andata. Elvira, la “bella Elvira”, prende la brocca e si incammina da sola verso la sorgente.
Lì non ci arriverà mai. Appena un quarto d’ora dopo la sua partenza da casa, la mamma Rosaria va anche lei verso la fonte. È preoccupata del ritardo della figlia. Fatto insolito quanto abbastanza inspiegabile visto che sono le 3 appena passate del pomeriggio. Fatto sta che 50 metri prima della fonte, sulla sinistra, la strada si apre in una forra che a sua volta si spalanca ripidamente verso il fondovalle. In un terrazzamento poco sotto il piano strada la tragedia. È lì il corpo straziato di Elvira. Una mano ancora sconosciuta le ha squarciato la gola e la vena carotidea, con spruzzi di sangue anche fino a 25 metri. Non c‘è più nulla da fare per la “bella Elvira” che termina in questo modo la sua vita terrena.
Mamma Rosaria torna a casa. Dà l’allarme. E, da quello che racconterà nel corso delle indagini, torna nel boschetto delle Purghe con il marito. Elvira è distesa per terra. Il dolore è immenso. La voce di quanto avvenuto arriva fino a Toiano dove sta per “uscire” di chiesa la processione del Corpus Domini. Non succederà. La voce arriva anche alle orecchie di Ugo Ancillotti. Inforca la prima bicicletta che trova appoggiata al muretto e piomba verso il podere Santa Maria. Ma prima trova la forra, vede il capannello di persone e capisce che per colei che sarebbe dovuta diventare sua sposa da lì a qualche mese non c’è più niente da fare. In un caldo pomeriggio di tarda primavera la vita è cambiata di colpo.
Non ci addentreremo nelle varie fasi delle indagini e del processo, prima in Corte d’assise a Pisa e poi a Firenze (spostato per la “calde” dimostranze della gente divisa in innocentisti e colpevolisti, come soltanto l’anno precedente lo fu nel referendum per scegliere tra monarchia e repubblica): i dettagli, il susseguirsi dei colpi di scena, gli interrogatori, le emozioni e le sensazioni sono raccolte in un attento quanto bel volume (“La bella Elvira” ed. Cld libri) che il collega Paolo Falconi dette alle stampe una trentina di anni fa e che il successo di lettori riscontrato nel corso del tempo ha portato a ristampe continue. Diciamo soltanto che le indagini, dopo circa un mese, presero la strada più sbagliata e più semplice, con il maresciallo della stazione dei carabinieri di Palaia, Placido Leonardi, che si impuntò sulla responsabilità del fidanzato, tralasciando altri ben evidenti indizi. Ugo Ancillotti finì in cella, vi trascorse due anni e al termine del processo indiziario venne assolto per insufficienza di prove. Un peso che si è portato sulle spalle fino al giorno in cui è morto il 29 marzo 2013 a 91 anni. Mai si è stancato di gridare la sua innocenza in una storia con tanti misteri anche per colpa delle indagini che furono approssimative. Si scelse - appunto - il movente più semplice, la gelosia, per non andare a cercare altrove. Non è mai stata trovata l’arma del delitto, forse un coltello, non si è mai indagato approfonditamente tra le persone che Elvira conosceva più da vicino, escluso Ugo
Il delitto di Elvira Orlandini non sconvolse solo la comunità di Toiano, ma coinvolse l’intera Italia. La vicenda sottolineò le tensioni socio-culturali dell’epoca, di sicuro fu un omicidio che nel terzo millennio sarebbe stato chiamato (con un brutto neologismo) femminicidio. Il primo dell’Italia repubblicana. La “bella Elvira” fu sepolta nel piccolo cimitero di Toiano e quando il paese perse tutti i suoi abitanti, trasferita in quello di Palaia. Sulla strada comunale, al botro delle Purghe, un cippo ricorda quel 5 giugno di sangue.
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