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L’emergenza

Anoressia e bulimia, a Pontremoli il centro di cura più grande della Toscana. Il direttore: «I segnali che i genitori non devono sottovalutare»

di Ilenia Reali

	La struttura di Pontremoli
La struttura di Pontremoli

I disturbi alimentari in Toscana colpiscono 54mila persone, il 30% ha meno di 14 anni. A Pontremoli la struttura più grande per la cura. Inaugurati 12 posti per minori

21 aprile 2024
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Ormai è considerata un’emergenza. I giovani colpiti da disturbi alimentari (anoressia nervosa, bulimia nervosa e disturbo dell’alimentazione incontrollata) in Toscana sono 54mila di cui il 30% ha meno di 14 anni. E ad ammalarsi, il numero è in costante aumento, sono anche i bambini. Le malattie colpiscono anche chi ha 8, 9, 10 anni.

Dati che fanno accapponare la pelle e che fornisce Gregorio Loverso, direttore sanitario della Residenza Madre Cabrini Dca a Pontremoli. Ieri con l’inaugurazione degli ultimi 12 posti letto destinati ai minori, è diventata la più grande della Toscana ed è ai primi posti per accoglienza d’Italia. In totale ci sono 60 posti letto e gli ultimi inaugurati sono la risposta a una richiesta continua. «Siamo una struttura convenzionata con la Regione – dice Loverso – ma da noi arrivano anche da altre realtà. I posti non sono mai sufficienti per i numeri che ci sono, abbiamo 1-2 mesi di lista d’attesa, in base ai periodi».

E sempre di più i pazienti sono anche bambini. «C’è una sorta di pubertà psicologica – aggiunge il direttore – che precede quella biologica. Ci sono più stimoli rispetto al passato che arrivano dai social, da internet e dai media. Con la pandemia le relazioni con i coetanei si sono ridotte e quindi i rapporti si sono concentrati con gli adulti, potenziando le dinamiche familliari. Si è creata una fragilità collettiva che i ragazzi hanno percepito: l’esperienza ha acuito le fragilità individuali».

Ma attenzione, non è tutta colpa del Covid. All’origine dei disturbi alimentari ci sono più fattori, alcuni dei quali poco conosciuti. «Le cause – spiega – sono multifattoriali. Di ordine sociale, culturale, psicologico ma anche biologico come tutte le patologie psichiatriche. Bisogna cominciare a preoccuparci per i propri figli quando si notano cambiamenti nel rapporto con il cibo, dell’umore (un bimbo che dall’allegria passa stati quasi depressivi). Ma anche se una ragazzina dopo pranzo va continuamente in bagno è necessario ipotizzare che possa andare a vomitare. E infine, il rapporto con il corpo. Quando le bambine cominciano a lamentarsi del peso ma in realtà sono magre è un campanello d’allarme. Quando si sospetta che qualcosa non va è necessario rivolgersi subito a un centro specializzato. Uno psicoterapeuta, anche molto bravo, da solo non può fare nulla per questi disturbi. Servono equipe specializzate: in Toscana ce ne sono seppur poche rispetto alle esigenze che ci sono. L’Italia da questo punto di vista è messa molto male».

Si guarisce dai disturbi alimentari che possono avere conseguenza molto gravi, fino alla morte, ma è necessario che la diagnosi arrivi il prima possibile.

«Ci sono quattro livelli di cura: ambulatoriale, day hospital, residenziale ed emergenziale che è l’ospedalizzazione. Da noi vengono le persone più gravi, quando c’è una remissione della patologia le rimandiamo a casa per essere seguite dalla sanità del territorio. In media restano da noi dai 3 ai 6 mesi ma dipende dalla gravità. In media la guarigione richiede un paio di anni, nelle varie fasi».

Ci sono vari fattori che determinano il livello di gravità tra cui la comorbidità di altre patologie psichiatriche come stati ansiosi, depressivi, disturbi della personalità, disturbi ossessivi.

«Spesso vediamo questo tipo di pazienti. Nella struttura interveniamo sia da un punto di vista psico-nutrizionale regolando il rapporto con il cibo, dal punto di vista psicologico sia individuale sia di gruppo ma anche con farmaci e con trattamenti di fisiaterapia. Dicevo, appunto, che si tratta di una presa in carico da parte di un’equipe. Sarebbe necessario aumentare i luoghi di cura, gli ambulatori, i day hospital, le residenze ma anche la formazione del personale. Noi, a Pontremoli, abbiamo formato il personale del locale pronto soccorso. Andrebbero formati però anche i pediatri e i medici di medicina generale che sono i primi a cui si chiede aiuto. La prognosi migliora se il disturbo viene riconosciuto in tempo e su questo dobbiamo fare dei passi avanti: se lo diagnostichiamo entro tre anni, di solito si evita che il disturbo si cronicizzi».

Ci sono, purtroppo, troppe liste d’attesa e il percorso è ancora non lineare, in Toscana e anche in Italia, proprio perché i numeri sono aumentati in pochissimo tempo.

Una necessità sarebbe addirittura quella di arrivare a un reinserimento familiare e sociale più lento per evitare che si reinneschino le fragilità che hanno portato ad ammalarsi pur non trattandosi di una dipendenza vera e propria.

«Infine va specificato – conclude il direttore – che l’anoressia è sempre esistita ma dagli anni Ottanta-Novanta è aumentata in modo esponenziale. È cambiato, a partire da quegli anni, il rapporto con il cibo e con il corpo e le malattie psichiatriche sono sempre figlie della loro epoca».

 

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